Nell’ultima scena il vincitore perde, è vivo ma già morto insieme alla sua ragione che comunque resusciterà con quei suoi occhi dolci pieni di dolore, ma non privi contemporaneamente di un sorriso immortale. Grande regia, grande scrittura, grandi attori, quelli di “Anime Nere”. Grande film che racconta l’Italia casualmente calabrese, l’Italia che appartiene a noi tutti con le sue arcaiche burocrazie mentali di riti pagani e cristiani complici di spaventevoli e violente paure. Film che ci racconta il dolore di una capra uccisa e mangiata per una fame più rituale che vera, dove il primo omicidio è nei confronti delle donne, mogli e madri, sorelle e cognate a cui una sottocultura ha tolto la luce dai loro occhi e che, se non lo ha già fatto, lo sta per fare, consegnando la più giovane e bella all’uomo più giovane e violento che ha già intrapreso la strada che lo farà essere un uomo dall’anima nera. Film che ci lascia schiaffeggiati senza lo schiaffo, addolorati senza un dolore, certi di non poter far niente se non un cambio totale di sapienza personale.

In questo ci può essere utile un secondo ed inverso film che ho visto a poche ore di distanza. Film documentario il cui titolo è “Bella Vita”, pellicola sul surf e le sue tavole. Film girato principalmente non nel mare californiano, ma nel mare di Marina di Pisa. Film apparentemente fragile, ma che incide i sogni di chi lo vedrà indicando la passione di una terza generazione italiana di giovani sportivi che, imparando dalla seconda, deve tutto ad una prima generazione di puri e appassionati. Bella fotografia, bellissimi visi e fisici con occhi sempre entusiasti sia dei protagonisti che dell’ultima delle comparse. Film capace di far sposare la terra al suo mare come dei piedi bagnati incollati per gravità centrifuga alle loro veloci tavole. Film, anche questo come “Anime nere”, di un ritorno al paese di origine, ma con tutt’altro sapore.

Di sale e di mare? Si, ma anche di mani e menti appassionatamente artigiane, capaci di costruire e di aver cura del proprio territorio che, se mi inorgoglisce per appartenenza, non può fare a meno di chiamare a sé, e ai suoi usi e costumi, il mondo intero. Dove forse la parola “Aloha” si toscanizza e diventa verbo necessario per il mondo intero. 

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