Lo scorso 11 settembre, il giorno della Diada, la festa nazionalista catalana, una marea umana ha inondato le principali arterie di Barcellona per gridare “Ara és l’hora” (questa è l’ora!), slogan utile per rivendicare il diritto al referendum per l’indipendenza.

Barcellona guarda Edimburgo, quello è il modello da seguire per i partiti che avvertono la necessità di scompaginare lo status quo politico spagnolo. Un esercizio di democrazia, al di là dell’esito della consultazione, secondo i moderati di Convergencia i Union del presidente della regione Artur Mas, Esquerra Republicana, i Verdi e la sinistra radicale dell’Unità Popolare.

Dagli slogan urlati in strada ora si passa alla carta bollata. Dall’11 settembre  la Generalitat, il Parlamento catalano, ha compiuto tutti gli atti necessari perché il prossimo 9 novembre si celebri la storica consultazione con due quesiti da sottoporre al corpo elettorale: “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato?”, “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?”.

Il 29 settembre il governo centrale presieduto dal conservatore Mariano Rajoy ha annunciato fermezza e rigore in difesa della Costituzione, il premier ha convocato, in seduta straordinaria, un Consiglio dei ministri per dare mandato all’avvocatura dello Stato di impugnare il decreto – firmato lo scorso sabato dal president Mas – di convocazione del referendum.

Mai, in 37 anni di vita democratica (la Costituzione è entrata in vigore nel dicembre del 1978), lo scontro istituzionale tra Madrid e Barcellona aveva raggiunto tali livelli di guardia. Nel ricorso di 22 pagine, presentato al Tribunale costituzionale di Madrid, il Governo ha eccepito la violazione di 13 norme della Carta fondativa dello Stato spagnolo, le istituzioni catalane -secondo Madrid- avrebbero infranto il principio che attribuisce la sovranità all’intero popolo spagnolo (articolo 1) e il principio di indissolubilità dello Stato fissato nell’articolo 2.

L’Alta Corte ha immediatamente sospeso le risoluzioni prodromiche al referendum, concedendo alle parti 20 giorni per la presentazione di memorie a sostegno delle rispettive ragioni.

La Corte spagnola già in passato aveva respinto pretese referendarie avanzate dai Paesi Baschi e della stessa Catalogna affermando un chiaro “no” all’ipotesi di consultazioni sull’indipendenza. Secondo i dodici giudici costituzionali le regioni autonome non sono titolari di un potere sovrano, riconoscendo la sovranità all’intero popolo spagnolo.

“Autonomia e sovranità” è lo scontro che scuote tante cancellerie europee e mette in ansia gli uffici politici dell’Europa comunitaria.

In Spagna sembra essere solo l’inizio: nelle prossime settimane vedremo se gli indipendentisti vorranno insistere – come sembra- nella consultazione, forzando le decisioni dell’Alta Corte. Il potere centrale e le procure spagnole, intanto, hanno acceso i riflettori su quegli apparati dello Stato, come i mossos d’esquadra (la polizia catalana), che galleggiano nel mezzo del conflitto politico. Interverranno nel caso di celebrazione di un referendum che contrasta con un provvedimento giurisdizionale?     

Lo scontro si sposta da Edimburgo a Barcellona, il cuore stesso dell’Europa.

 

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