Il padre putativo dei tagliateste dell’Isis è stato al Zarqawi, il capo-guerrigliero legato ad Al Qaeda che seminò il terrore in Iraq anche per cercare di rubare la leadership del movimento integralista islamico a Bin Laden. Anche lui e i suoi uomini postavano su Internet le immagini delle decapitazioni (Nick Berg, sgozzato nel 2004) e altri prigionieri ‘giustiziati’ (Quattrocchi & Co.). Erano video ‘primitivi’ ma l’impatto mediatico già efficacissimo.

Ora sono tornate a rotolare le teste nella polvere del Medio Oriente e non solo (Daniel Pearl fu scannato in Pakistan nel 2002), per mano dei ‘nipoti’ di Zarqawi (ucciso dagli americani non lontano da Baghdad nel 2006) che si sono evoluti mediaticamente e iconograficamente: il boia nero accanto a Foley parla un buon inglese (con accento arabo-londinese).

Il connubio tra esecuzione medievale e social network all’ultimo grido occidentale produce un immaginario che ha un impatto potentissimo, e produce effetti di vasta e lunga durata: un doppio livello di conflitto tra realtà sul terreno mediatico che riporta agli anni post-11 settembre e che fa pensare – come diffuso ieri dalle brigate sciite libanesi di Hezbollah che aiutano il raìs siriano Assad contro i jihadisti sunniti – che diversi kamikaze vengano addestrati nelle retrovie del califfato siro-libanese per portare il conflitto oltre i confini mediorientali.

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