La scorsa settimana Angelino Alfano durante una riunione di ministri degli Interni europei, ha presentato il video Metamorfosi… non chiamarmi amore per sensibilizzare sul problema della violenza contro le donne. Il  filmato mostra lo stereotipo della vittima e  l’ultima sequenza sarebbe da tagliare perché la protagonista compie un gesto da sconsigliare a qualunque donna che abbia denunciato l’ex.

Questo è l’ennesimo video che si rivolge alle donne che subiscono violenze ed è l’ennesima occasione persa di creare un prodotto che si rivolga agli autori di violenze e li responsabilizzi anche suggerendo loro di rivolgersi ai Cam (Centri ascolto maltrattanti).

Il filmato  mostra un cliché usurato. “Violata” in statua o in carne e ossa è sempre in agguato tra i creativi. La vittima è giovane e avvenente, porta un livido sullo zigomo (immancabile), è fragile e impaurita e in attesa di qualche salvatore: un uomo, lo Stato, la cavalleria. Lo stereotipo della vittima si ripete e le donne che vivono violenze non sono mai raccontate davvero.

Nella realtà sono legittimamente preoccupate perché vogliono sapere dove andranno quando avranno denunciato il partner o come faranno a mantenere i loro figli se non hanno un lavoro. Vogliono sapere se saranno credute o colpevolizzate e se saranno ostaggio dell’ex a vita. “Io so che cosa posso fare mi domando cosa possa fare la legge, il centro antiviolenza e il servizio sociale per la mia situazione” mi disse una donna.  Nutrono dubbi comprensibili perché i percorsi di uscita da relazioni violente sono complessi. Molte di loro costruiscono e preparano la separazione per anni, incassando botte e minacce, cercano un lavoro o qualcosa che renda qualche soldo a fine mese. Le straniere prendono la patente, imparano l’italiano e attendono il momento in cui avranno più possibilità per farcela. Temporeggiano e rimandano la scelta della separazione perché hanno trovato porte chiuse. Il paternalismo, invece, le racconta passive e inerti come la protagonista del video, “risvegliate” da una voce maschile che le sollecita a ribellarsi. 

La denuncia ha efficacia se è una scelta della donna e se è accompagnata da una serie di interventi integrati. Una donna che subisce maltrattamenti dovrebbe accedere a Case rifugio in tempi celeri, sia che abbia figli o non ne abbia. Dovrebbe avere la possibilità di costruirsi una indipendenza economica, ottenere un patrocinio legale nel caso scelga di denunciare ecc. Il messaggio del Ministero degli Interni è coerente con lo spirito delle norme e delle prassi securitarie prodotte in questi anni. Il contrasto alla violenza è stato centrato solo e unicamente sull’intervento repressivo salvo schizofrenicamente far marcia indietro con disinvoltura, in una realtà dove scarseggiano altre risposte per la protezione delle vittime e l’azione penale è l’unica chance. Così è avvenuto con il decreto legge  92 del 26 giugno 2014.

E arriviamo all’errore finale del filmato. La ragazza apre la porta all’ex che ha appena lasciato e denunciato. Il momento in cui una donna decide di interrompere la relazione, è quello più delicato perché le violenze possono aumentare di intensità fino a divenire  estreme. E’ inopportuno (a dir poco) mostrare una donna che apre tranquillamente la porta ad un ex che sta lasciando o che ha denunciato. Molti femminicidi sono stati compiuti con la scusa dell’ultimo incontro per dire addio o per recuperare effetti e documenti personali. Qualcuno al ministero degli Interni lo ha spiegato al regista?

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