C’era una volta, dalla fine del 1800, una tratta ferroviaria che collegava la città dei confetti, Sulmona (Abruzzo) a Carpinone (Molise), passando per Parchi Nazionali, paesaggi mozzafiato, stazioni sciistiche, panorami spettacolari e unici nel loro genere, specie se osservati dal finestrino-oblò di un treno. Essendo il percorso ferroviario più ad alta quota d’Italia, venne ribattezzata Transiberiana d’Italia: a suo modo, ha garantito il progresso sociale ed economico di queste due regioni del centro-sud e lo sviluppo anche turistico di una zona, il medio Appennino, a tutt’oggi assolutamente misconosciuto.

C’era, perché dal 2011 la Transiberiana d’Italia è stata chiusa al traffico passeggeri. Una decisione presa da Trenitalia per ragioni di presunta sopraggiunta “antieconomicità”. Le montagne, si sa, si spopolano; la tendenza da decenni è quella di insediarsi sulla costa e il compito di tenere in vita questa bellissima ferrovia storica sarebbe spettato alla Regione Abruzzo, che però si è guardata bene dal continuare a finanziarla, preferendo investire sui pullman, che però non collegano tutti i paesi montani, e hanno spesso orari astrusi.

Come si spostano, oggi, i pendolari abruzzesi e molisani di montagna, soprattutto quando nevica fitto, le strade sono bloccate e gli autobus, per di più, non passano? Storia forse non particolarmente estiva, questa delle ferrovie dimenticate. Storia autunnale, o direttamente invernale, visto che le mezze stagioni non esistono più. Storia in cui si intrecciano e confondono miopie politiche, assessori regionali che vanno e assessori regionali che vengono, destra, sinistra, centro, spending rewiew (così imprescindibili?) ante litteram, Trenitalia (che gestisce i convogli, le carrozze) e Rfi, la Rete Ferroviaria italiana (che possiede, detta in soldoni, i binari).

Negli ultimi due anni una cooperativa di giovani molisani, Transita, aveva organizzato dei treni turistici sul percorso che fu della Transiberiana d’Italia. Il successo era stato considerevole. Ben ottomila i passeggeri a bordo di questi convogli speciali (circa uno al mese), animati da musica, degustazioni di prodotti tipici, folklore. Turisti e richieste incessanti di prenotazioni dal Giappone, dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Australia, nonché da mezza Europa. Un rilancio turistico dell’Abruzzo e del Molise, dal basso, e in grande stile, grazie a un cocktail di fattori – montagne innevate, buon mangiare, aria buona, tradizione, parchi nazionali – che all’estero ci invidiano.

In Svizzera della Transiberiana farebbero una miniera d’oro. Da noi invece l’hanno cancellata, bloccando, dall’autunno scorso, anche i treni turistici di Transita, nonostante continuassero ad arrivare telefonate e mail da tutto il globo, nonostante la cooperativa molisana desse lavoro a dieci giovani nemmeno trentenni, che avevano scelto di restare, di non andarsene, o di ritornare, pur di valorizzare la propria terra natìa. 

Certo, da maggio la Fondazione Fs, “mangiando la foglia”, ha riaperto, soltanto in chiave turistica, la Ferrovia del Parco, che da Sulmona va a Castel di Sangro. Ma si ferma in Abruzzo, e non dà più lavoro, e una speranza di futuro, a dei ragazzi colpevoli di aver avuto l’idea giusta nel posto sbagliato. C’è chi dice che sia tutta una questione di binari del progresso.

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