Trasformata nella Reggia del Pianeta Naboo in Guerre Stellari, umiliata a set della serie Elisa di Rivombrosa, candidata a location per le nozze di Naomi Campbell, promossa a finto Vaticano nella fiction della Rai sul papa polacco ma anche film Angeli e demoni, da Dan Brown: la Versailles casertana di Carlo di Borbone ha sbarcato il lunario nei modi più impensati. Ma l’associazione cinematografica più azzeccata è certo quella con Mission Impossible (il terzo episodio, in cui mima ancora il Vaticano): perché la Reggia di Caserta è davvero la “mission impossible” del patrimonio culturale italiano.

Esattamente un anno fa il Daily Telegraph descrisse con impietosa lucidità un sito monumentale abbandonato a se stesso: con i ladri che rubano il rame dal tetto, i ragazzi che fanno il bagno nelle mitiche fontane del giardino più importante d’Italia, le garitte dei custodi distrutte dalla ruggine e gli occupanti abusivi che vivono nelle foresterie. Per il giornale inglese, la Reggia è il “più clamoroso esempio dell’incapacità dell’Italia di governare il proprio straordinario patrimonio culturale, tra tagli al bilancio e recessione profonda”.

L’aveva scritto sul Corriere della Sera Alessandra Arachi, l’aveva mostrato a RaiTre Stefania Battistini: ma le critiche estere fanno sempre più colpo, e così Maurizio Crozza si rivolse ai francesi, più serio che faceto: “Francesi, prendete in gestione la Reggia vanvitelliana, fatela diventare il sito più visitato in Europa come avete fatto con il Louvre, salvatela dal degrado”. Poi, a dicembre, il sindaco di Caserta pensò bene di piantare un corno rosso alto 13 metri (e dal modico prezzo di 70 mila euro) di fronte alla Reggia, a mò di addobbo natalizio. E mentre Gian Antonio Stella osservava sarcastico che “non è detto che porti buono”, Dagospia coniò la più prosaica definizione di “sco-reggia di Caserta”.

Questa litania di cialtronerie impallidisce quando si apprende che il prefetto di Caserta ha “affettuosamente” (come ha scritto sulla busta) consegnato le chiavi della Reggia a Nicola Cosentino. E qui capisci che il degrado materiale è la conseguenza di quello morale. Il fatto che il patrimonio culturale che la Costituzione ha restituito ai cittadini sovrani non sia più una cosa pubblica, ma “cosa loro” è il segno dello slittamento del suo valore simbolico: da segno della presenza dello Stato-comunità a trofeo dell’antistato. Siamo solo a un passo da ciò che accadeva fino a pochi mesi fa in un’altra, vicina, reggia borbonica: Carditello. Sono stati sbarbati e rubati i cancelli, le acquasantiere della cappella, i gradini di marmo delle scale e perfino l’intero impianto elettrico. Quel che non si poteva asportare è stato distrutto, e nelle ali fatiscenti che un tempo ospitavano le attività agricole della tenuta è possibile rinvenire di tutto: da cumuli inquietanti di schede elettorali, a mappe e rilievi dell’area, gettati alla rinfusa sotto tetti sfondati. Il pavimento di cotto della terrazza sommitale è stato strappato e rubato, mattonella per mattonella, e così i balaustrini di marmo che reggevano i parapetti. La reggia si è, insomma, trasformata in una gigantesca cava di materiali pregiati, che non è difficile immaginare indirizzati verso le oscene ville dei ras della camorra.

Qualche mese fa, Massimo Bray è riuscito a ricomprare Carditello (da Banca Intesa), e ora si aspetta un piano per la sua salvezza: che potrebbe passare attraverso l’affidamento a Libera di don Ciotti, capace di rimettere in piedi la tenuta agricola che circonda il palazzo. Qualcosa di altrettanto radicale deve avvenire alla Reggia di Caserta, che non può rimanere uno scatolone vuoto, ma deve diventare un centro vivo di conoscenza. Potrebbe essere un centro nazionale di studio e tutela dei giardini storici, oppure ospitare la biblioteca senza casa dell’Istituto di studi filosofici di Napoli o un museo nazionale della migrazione. Qualunque cosa: purché le sue chiavi siano restituite – affettuosamente – ai cittadini, e negate, per sempre, ai signori dell’antistato.

Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2014

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