Due recenti vicende giudiziarie mi inducono a parlare ancora una volta della leggenda metropolitana per antonomasia della vita istituzionale italiana: il famigerato scontro politica-magistratura.
Mi riferisco alle condanne in primo grado che hanno colpito il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti e il deputato Gianluca Pini a Forlì.
Entrambe le decisioni dell’autorità giudiziaria sono state seguite da dichiarazioni che hanno ricalcato uno schema mestamente noto alla cronaca italiana: “Rispetto la sentenza, tuttavia sono indignato perché si tratta di una decisione politica” (l’onorevole Pini ha parlato in particolare di “puzza di vendetta politica”). 
I toni possono essere più o meno coloriti o melliflui, ma la sostanza è sempre la stessa: sono vittima di una persecuzione politica. Questo mantra che sentiamo ripetere da quasi ogni uomo politico condannato evidentemente rende poi del tutto ipocrita l’esordio circa un presunto rispetto della sentenza… E’ legittimo commentare e criticare anche le sentenze, ma si dovrebbe rispettare una regola aurea: si contesta il contenuto, si argomenta la propria innocenza, si arriva magari a lamentare che non siano state ascoltate le proprie ragioni nel merito, ma dire che la sentenza è politica è uno slogan che sostanzialmente afferma due cose di gravità enorme: sono stato condannato nonostante la mia innocenza e questo è avvenuto per ragioni politiche perseguite da Procura e accolte dal Tribunale.
La condanna dell’innocente, seppure non irrevocabile, è di per sé qualcosa che indigna e che ferisce le istituzioni tutte e ogni singolo che abbia a cuore la giustizia, ma in questi casi si arriva a dire che la condanna non è frutto di un errore, bensì di una consapevole strategia politica punitiva (!!!).
Non riesco a immaginare una condotta più grave da parte di un magistrato che ha giurato fedeltà alla Costituzione e che dovrebbe esercitare il suo potere in nome del popolo e secondo scienza e coscienza e che è chiamato a prendere decisioni applicando la legge (stabilita da altri) al fatto accertato. Eppure queste affermazioni di incredibile gravità sono ripetute continuamente in tutti i i tribunali e su tutti i media italiani, naturalmente senza che nessuno poi si prenda la briga di argomentare e motivare caso per caso simili gravissime accuse ai magistrati coinvolti.
Buttarla in politica provoca un duplice effetto: spostare l’attenzione dall’imputato al giudicante e seminare sfiducia nella credibilità della magistratura. E’ diventato normale, accettabile e accettato insinuare questo dubbio così velenoso per l’equilibrio istituzionale e democratico. Delegittimare la decisione giudiziaria sistematicamente solo perché l’imputato è un politico inquina il terreno stesso su cui poggia la divisione e l’equilibrio dei poteri: è un tentativo della politica di erodere spazio alla giurisdizione per avere mano libera nella gestione del potere.
Molta classe dirigente vorrebbe i magistrati come leoni sotto il trono, forti e inflessibili nell’applicare la legge ai comuni cittadini, ma senza mai disturbare il trono, ovvero il potere e i potenti, e soprattutto senza mai controllare se questi rispettino o no le regole.
Ma le regole sono per tutti o no?
Questa è la posta in gioco.
La Costituzione una risposta ce la fornisce. Non dimentichiamola.

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