Dalla telefonata del finto Nichi Vendola che carpisce all’inconsapevole Fabrizio Barca una serie di indebite pressioni subìte per accettare la poltrona di ministro dell’Economia, ne esce benissimo il galantuomo modello di coerenza politica e disinteresse personale. Ne esce così così l’ingegner Carlo De Benedetti nelle vesti di padrone delle ferriere (e delle rotative di Repubblica), che sembra troppo interessato a quel dicastero (ma lui smentisce). Ne esce male Matteo Renzi: e non tanto perché, nella beffa ordita dai conduttori de La Zanzara (con relativa violazione della privacy), il regista dell’operazione Barca sembra proprio lui, manovrando da dietro le quinte; quanto per lo spaccato di intrighi che emerge, con l’assalto alla diligenza del nuovo esecutivo e con il leader Pd che non sembra recitare la parte dello sceriffo.

Intendiamoci: da che mondo è mondo i governi si fanno così. Ma la novità Renzi, chissà perché, aveva fatto immaginare uno stile diverso, più lineare e trasparente, finalmente estraneo ai manuali Cencelli e alle trame di palazzo. È proprio questo il punto, poiché l’origine stessa dell’incarico ricevuto ieri da Renzi al Quirinale manca di trasparenza e linearità. Non è ancora chiaro, per esempio, che cosa ha portato una settimana fa alla liquidazione improvvisa di Enrico Letta, tanto è vero che da tutti i sondaggi d’opinione traspare una forte diffidenza per l’opacità della manovra. Il caso Barca, per le sue modalità, è un pessimo segnale che Renzi dovrebbe saper cogliere finché è in tempo, per “cambiare verso”. Procedendo sulla strada dell’ambiguità e del non detto, il rischio infatti è che, insieme al giovane e spericolato premier, a sbattere contro un muro vada l’intero Paese.

Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2014

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