A chiudere il pugno attorno all’esecutivo guidato da Enrico Letta resta ben poca cosa. Un po’ di briciole e molta polvere. Opere compiute pochissime. Tolta la legge sul femminicidio, la norma salva Pompei, lo stop alla prima rata Imu con annessa rivalutazione del capitale di Bankitalia, non rimane che uno zaino da passare alla staffetta. Assieme al governo è decaduto di fatto il decreto Milleproroghe. Dovrà essere ulteriormente modificato se non si vuole rischiare lo stop. E dentro c’erano proprio i cavalli di battaglia di Letta. A cominciare dalle cosiddette privatizzazioni di Poste ed Enav, che meglio sarebbe definire vendita di quote per far cassa. Qui la parola passerà a Matteo Renzi il quale dovrà decidere se proseguire sulla stessa linea (si era parlato anche di cessione parziale di Eni) o svoltare su altre direzioni.

Probabilmente il segretario del Pd affronterà la questione assieme alle nomine di tutte le controllate pubbliche, che si consumeranno in tarda primavera. E a quel punto tornerà ad affrontare il tema privatizzazioni. Quello che invece è certo è che sul fronte liberalizzazioni Letta non lascia alcun cantiere aperto al collega di partito. Nulla è stato fatto. Nemmeno la riforma del comparto delle assicurazioni. Il decreto Destinazione Italia ha lasciato per strada infatti la parte che avrebbe dovuto ritoccare il sistema dell’Rc Auto e per di più rischia di naufragare in toto se non viene licenziato dal Senato entro il prossimo venerdì. Senza padre potrebbe rimanere anche la riforma del sistema aeroportuale voluto da Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture. Definita le linea di fondo, il prossimo governo dovrà gestire le risorse per tutti i cantieri avviati (autostrade e tangenziali) e per quelli consentiti agli scali aeroportuali di valenza strategica e nazionale. L’agenda digitale, tanto sbandierata, resta un sogno, speriamo che il prossimo governo provi a farla atterrare il più possibile vicino ai cittadini.

Sul fronte fiscale si può tranquillamente dire che resta aperta una prateria. A rimanere orfana per la terza volta di seguito (su tre esecutivi) è la riforma del sistema fiscale. Sebbene in realtà lo scorso anno l’iter sia mosso d’iniziativa parlamentare e nemmeno per volontà del premier. La marcia della delega è partita infatti il 26 giugno da Montecitorio, per uscirne quasi tre mesi dopo e approdare al Senato il 26 settembre, dopo altri tre mesi è mezzo (il 4 febbraio) ha ottenuto il via libera ed è tornata alla Camera per l’ok definitivo. Al suo interno c’è pure la fondamentale riforma del catasto. Aggiornarlo e renderlo moderno consentirebbe da un lato di tutelare i cittadini dai continui errori dell’Agenzia e talvolta dai soprusi dettati dalla mancanza di norme univoche e dall’altro finalmente di far pagare a tutti le tasse sugli immobili in modo equo e proporzionato alla realtà. Stesso discorso per la voluntary disclosure. E’ stato varato dal governo il decreto che consente di riportare in Italia i capitali detenuti all’estero illecitamente; pagando multe e sanzioni ma evitando nelle fattispecie più semplice le implicazioni penali. Renzi non potrà esimersi dall’affrontare la questione assieme alla nuova rogna proveniente da Berna. Dopo il referendum che si è tenuto in Svizzera sulla limitazione dei flussi migratori tra i cittadini Ue, la trattativa di scambio d’informazioni tra i due Paesi ha subito uno stop improvviso. Bisognerà prendere una decisione prima di maggio, quando è programmata una visita ufficiale del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ci si augura che la voluntary disclosure non diventi qualcosa di simile ai vecchi scudi fiscali modello Tremonti.

Infine sempre sul tema io tributario si apre un risvolto pratico importantissimo che sta tenendo migliaia di sindaci col fiato sospeso. Nel Dl Casa, sponsorizzato dal ministro Maurizio Lupi, era contenuta anche la traccia di modifiche alla Tasi, la nuova tassa di servizi legata alla casa. Si tratta di norme indispensabili, nel breve termine, per consentire ai Comuni di presentare i bilancio entro marzo. Già Lupi aveva ventilato per la presentazione dei conti da parte degli enti locali a un probabile rinvio al 30 aprile. Col cambio di esecutivo il rinvio è di fatto scontato per questioni di tempi tecnici. Ma si tratterà poi di prendere decisioni definitive. Come c’è da aspettarsi anche sul fronte pensionistico. Non sappiamo se l’attuale commissario dell’Inps, Vittorio Conti, venga confermato. Più probabilmente sarà sostituito da un uomo di fiducia di Renzi perché dietro il calderone Inps c’è la riforma dell’intero sistema pensioni se non si vuole che il buco di bilancio dell’Ente cresca in modo irreversibile.

Fin abbiamo messo in fila l’agenda di ciò che almeno è stato avviato nel corso del 2013. Sul tavolo di Matteo Renzi dovranno però finire anche tutte le partite che Letta non è riuscito a lanciare o non ha nemmeno provato a realizzare. Partendo dalle riforme strutturali: in prima fila c’è quella della legge elettorale. Renzi ha messo in canna l’Italicum vedremo che cosa sparerà nelle prossime settimane. E nelle stesso periodo dovrà pronunciarsi sul decreto di abolizione delle province e anche su quello per la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti. E sulla legge in cantiere contro il voto di scambio mafia-politica. Il nuovo premier farà, infine, la riforma della giustizia? E sulle carceri come si muoverà? Ci aspetteremmo che almeno dopo la bocciatura della legge Fini – Giovanardi sulle droghe leggere si affronti una volta per tutte la drammatica situazione dei carcerati italiani e delle carceri in cui vivono.

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