Un recente studio di Bernardino Romano e Francesco Zullo dell’Università dell’Aquila, pubblicato sulla rivista Land Use Policy, evidenzia che l’urbanizzazione della costa adriatica nella fascia costiera a ridosso del mare è aumentata del 300% in 50 anni e persino del 400% in alcuni Comuni. Con una velocità di circa 8.000 metri quadrati al giorno. Risultato: i 2/3 dei 1.472 chilometri che vanno da Trieste a Santa Maria di Leuca sono urbanizzati, cementificati, asfaltati.

Se a ciò si aggiunge la depredazione dei corsi d’acqua che giungono al mare e la cementificazione di molti di questi, con diminuzione del materiale litoide e l’erosione conseguente delle spiagge, e se si aggiungono ancora le opere in mare, tipo porti e porticcioli turistici, ci si rende conto facilmente di quanto poco sia rimasto di naturale su quel versante dell’Italia.

Ovviamente questo non è solo un problema di paesaggio completamente alterato (alla faccia dell’art. 9 della nostra Costituzione), ma è anche un problema di assetto idrogeologico. E l’estremizzazione dei fenomeni atmosferici non potrà che evidenziare nel tempo la follia dell’uomo, che continua a non rendersi conto delle ragioni della natura.

Del resto, la Liguria, ogni volta che si manifestano intense e concentrate  precipitazioni, è lì a dimostrare quanto sia stato stupido permettere di intubare torrenti e realizzare costruzioni a ridosso del mare o di corsi d’acqua.

Detto questo, che fare? Beh, innanzi tutto verrebbe da dire “non costruire più”. Poi, rinaturalizzare i corsi d’acqua, delocalizzare impianti e costruzioni. E non concedere più stati di calamità naturali in futuro a quelle amministrazioni che hanno creato le condizioni affinché i disastri si verificassero. Pensate che tutto ciò possa avvenire? Già nel 1979 De Gregori cantava “viva l’Italia assassinata dal cemento…”.

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