Due parole prima d’iniziare: “Intendo rispondere”. Ora è convinta. Fatta la scelta, il resto viene da sé. Così sarà. “In relazione agli omicidi di Emanuele Tatone e di Paolo Simone posso riferire di sapere che a commetterli è stato Antonino Benfante da solo”. Lo dice senza respirare. Prende fiato, va avanti: “Ho appreso questa informazione direttamente da lui domenica 27 ottobre”. Non una data a caso, ma il giorno in cui i due uomini vengono uccisi agli orti di Vialba. Cinque colpi di calibro 38. Tre giorni dopo quattro fucilate calibro 12 e un morto, Pasquale Tatone, fratello di Emanuele. La ricostruzione della mattanza nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro inizia così. E’ il 5 novembre 2013 quando la compagna del 50enne Antonino Benfante detto Nino Palermo, arrestato il 5 dicembre 2013, si siede davanti ai magistrati e inizia a raccontare. Per dieci giorni si è tenuta la verità in tasca. Troppa la paura. Per lei, per suo figlio di appena due anni e per la figlia ventenne avuta dal precedente compagno, uomo di fiducia dei Tatone, arrestato nel 2009 e subito buttatosi pentito. “Tonino – spiega – prova da anni del grosso risentimento nei confronti della famiglia Tatone”. Mette a verbale un vecchio episodio del ’93, quando nel carcere di San Vittore Emanuele Tatone mise delle lamette nel cuscino di Benfante. “In pubblico, tuttavia, Tonino li salutava, anche se loro avevano tolto il saluto a me e a mia figlia perché siamo figlia ed ex moglie di un collaboratore di giustizia”. Già perché il ragionamento di Nino Palermo, uomo cresciuto alla corte del boss della ‘ndrangheta Biagio Dentino Crisafulli, è tanto stringato quanto devastante: “Bacia le mani a chi le merita tagliate”. E ancora meglio: “Frequenta e riverisci chi già sai che colpirai”.

“QUELLO HA GLI OCCHI CHE SPAVENTANO” 
Ecco chi è Antonino Benfante. “Uno malato in testa”, dice Rosa Femiano, mamma dei fratelli Tatone. E’ il 21 novembre 2013, quando nella sua casa di via Lopez 3 nonna eroina parla con il figlio Mario. “Quello – dice la donna – ha gli occhi che spaventano”. “Sì – risponde l’altro – ha gli occhi che non sono i suoi, ha l’occhio cattivo”. Poi la donna si sfoga: “Perché tu (Benfante, ndr) venite a mangiare, una volta uno, una volta un altro e poi me lo avete messo a quel servizio, a due poi, due me ne avete levati”. Insomma, Benfante è un tipo che per un no può uccidere. Nel quartiere lo chiamano Palermo “ma – dice – se lo fanno in mia presenza mi arrabbio”.

LE INTERCETTAZIONI, “QUI SIAMO TUTTI IN PERICOLO”
E di lui tutti hanno paura, nonostante sia malato di parkinson . Testimonianza diretta arriva dalle molte intercettazioni citate nelle 79 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Andrea Antonio Salemme. “Io sono in pericolo, siamo in pericolo tutti”, dice la figlia di Emanuele Tatone pochi minuti dopo l’omicidio dello zio Pasquale. Sono le 23.26 del 30 ottobre 2013. La ragazza chiede se qualcuno ha visto. “Giorgia non faccio il tuo nome, ma dimmi tutto, digli di non fare gli omertosi”. L’amica Selene, invece, le dà un consiglio: “Tu devi partire, acchiappa tua cugina e partite. Fatevi un mesetto fuori dai coglioni, veramente. Con il cuore te lo sto dicendo, perché è impossibile una roba del genere”. Ma è l’intero nucleo familiare dei Tatone a sentirsi sotto scacco. Francesco Ravelli, compagno della figlia di Tatone, nonché piccolo spacciatore della zona non ha dubbi: “Io da qua devo sparire, minchia non si può vivere così”.

METODO MAFIOSO, “QUELLO VOLEVA IL GIRO, ORA HA IL POTERE”
Poche ore dopo l’omicidio di Pasquale Tatone (30 ottobre 2013 in via Pascarella 11) nel quartiere tutti sospettano di Palermo ed è attraverso le telefonate che la squadra Mobile comprende anche il movente della mattanza. “Quello – spiega la nipote di Pasquale Tatone – voleva il giro della droga”. Poi riferendosi alle forze dell’ordine dice: “Forse non si rendono conto che abbiamo un pazzo in mezzo alla strada”. Benfante, infatti, dopo il terzo omicidio non scappa, ma torna per le strade di Quarto Oggiaro. “Ha fermato degli sbarbati – si ascolta in una telefonata – dicendo: tu stai con me. Come dire adesso ci sono solo io”. Tutti sanno che Palermo ora “ha preso il potere”. Una settimana dopo l’esecuzione di Pasquale Tatone, gli investigatori raccolgono la testimonianza il cui contenuto, ragiona il giudice, “può essere ricondotto alla categoria del metodo mafioso”. Palermo ferma per strada Cristina V, le chiede: “Per caso stai lavorando per Mario (Tatone, ndr)?”. Quindi si mette sulle tracce del fidanzato della donna. Lo trova in via Traversi e lo colpisce con uno schiaffo “senza proferire parola”. Il messaggio è chiaro: “Chiunque deve muovere qualcosa deve passare da lui altrimenti li ammazza tutti”. E Nino Palermo ha “talmente l’occhio cattivo” che quando entra nei bar di via Lopez con le mani in tasca tutti escono impauriti.

LA TESTIMONIANZA: “NINO MI DISSE: GLI HO FATTI VENIRE AGLI ORTI E HO SPARATO”
Ecco, allora, spiegato il terrore di Desirè C. quando, seduta davanti ai magistrati, inizia il suo racconto. Torniamo, allora, al 27 ottobre. Sentito dagli investigatori, Benfante dirà di essere uscito di casa vero le 7 del mattino, di essere andato al suo orto in via Vilaba, ma di essere rientrato in casa alle 10.30, per riuscire solo dopo le 15.30. “Quella domenica – spiega, invece, la donna – Tonino è rientrato verso le 12.15 e subito mi ha detto questa frase: io oggi sono tornato alle dieci e mezzo, stop”. Esattamente l’orario messo a verbale da Palermo. Il racconto della donna, ragiona il giudice, rende compatibile la presenza di Benfante agli orti nell’orario (11,30) in cui vengono uccisi Tatone e Simone. Ma c’è di più. La sera del 27 ottobre 2013 Desirè parla con Palermo. L’uomo le dice tutto. “Gli ho fatti venire all’orto, ho sparato prima a Emanuele, di quell’altro mi dispiace”. Quindi le chiede: “Era meglio quando vi schiacciavano?”, facendo riferimento agli insulti subiti dalla donna ex compagna di un pentito. Sul duplice omicidio degli orti, oltre alle parole di Desirè e alle riprese delle telecamere, pesa il cellulare di Benfante che tra le 11 e le 12 aggancia celle compatibili con il tragitto da via Lopez, dove incontra Tatone, agli orti di via Vialba.

TESTIMONI OCULARI, “HO VISTO UN FUCILE A DOPPIA CANNA”
Ancora più nette le dichiarazioni sul terzo omicidio. Il 30 ottobre 2013, Desirè ha già lasciato la casa di Nino in via Lessona 1 e si è trasferita dai genitori in via Pascarella. Anche lei sente gli spari “ma non ho chiamato Tonino anche perché sapevo che lui venerdì mi aveva detto che avrebbe buttato via la sua scheda telefonica”. Quella sera Palermo gira per le strade di Quarto Oggiaro alla caccia di Tatone. Lo incrocia in via Pascarella. Col motorino fa inversione e lo vede fermarsi con la sua Fiesta nera davanti alla pizzeria Rim. Lo affianca e spara. Non si accorge, però, che davanti all’auto della vittima c’è una Yaris con a bordo due donne. Una è Selena F. “Ho sentito un botto molto forte, mi sono girata sulla sinistra, ricordo di aver visto del fumo, la sagoma di un persona su uno scooter e un’arma in mano. Ho urlato alla mia amica di scappare”. Denise T. sta al posto di guida: “Ho visto del fumo che saliva da terra, mi sono girata e ho visto un fucile a doppia canna puntato verso la macchina”. All’alba del 31 ottobre, Nino Benfante viene portato in Questura e sentito come testimone. Uscito, torna in via Pascarella. Parla con Desirè. “Gli ho chiesto – dice la donna – cosa aveva combinato”. La risposta: “L’aveva capito lui (Pasquale, ndr) che ero stato io ad ammazzare Emanuele”.

IL PENTITO: “UOMINI D’ONORE E IL SUMMIT PER STERMINARE I TATONE”
Un far west scatenato dalla droga. Palermo forniva cocaina ai Tatone. Loro spacciavano in piazza. Lo conferma la stessa nonna eroina. Tornato in libertà nel 2012, Benfante si avvicina ai fratelli nel luglio 2013. E’ tanto in confidenza da andare spesso ospite a cena a casa della Femiano. In testa il solito ritornello: “Bacia le mani a chi le merita tagliate”. Per comprendere, dunque, bisogna tornare indietro. “A cose vecchie – spiega Desirè – successe tanti anni fa tra le famiglie di Quarto Oggiaro”. E negli anni Ottanta, Palermo in “batteria” stava con gli uomini del boss Crisafulli, il quale, si legge in un’annotazione della squadra Mobile del 15 novembre 2013, già nel 1994 aveva dato mandato ai suoi uomini di uccidere Pasquale Tatone. L’omicidio, però, non si consuma. Tatone se la cava. Il progetto di sterminare i fratelli originarii del Casertano viene riposto nel cassetto, per essere ritirato fuori nel 2008. A raccontarlo è il collaboratore di giustizia Carmine Venturino il quale, con le sue dichiarazioni, ha aiutato la magistratura a fare luce sulla morte di Lea Garofalo. Il 31 ottobre 2013 Venturino viene sentito dai magistrati che indagano sui morti di Quarto Oggiaro. Scrive il gip: “Venturino indica i nomi di alcuni uomini d’onore che avrebbero partecipato a una riunione in cui era stato deliberato di uccidere tutti i fratelli Tatone. Tale intenzione era stata confermata nel corso di un ulteriore incontro avvenuto nel carcere di Como nel 2011, dunque in epoca sufficientemente recente da attualizzare i deliberata della riunione del 2008”. Da qui la conclusione: “Gli omicidi dei due fratelli Tatone sono da collocare nell’ambito di un contrasto tra famiglie di criminalità organizzata sorto per il controllo delle attività illecite nel quartiere di Quarto Oggiaro”. Nino Palermo, dunque, ha finito il lavoro. Ma, ragionano in Procura, può averlo fatto solo chiedendo il via libera ai capi che dopo anni di galera oggi sono tornati in quartiere per riprendere a tessere gli affari della droga.

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