Via Veneto, Roma.

Sono in ritardo per un appuntamento di lavoro e trovare un parcheggio libero sembra impossibile.

Credo di rientrare perfettamente nella categoria “donne al volante, pericolo costante”.

Decido quindi di lasciare la macchina in un piazzale abbastanza ampio, tranquillizzata dall’assenza di cartelli di divieto di sosta.

Al ritorno lo scenario è davvero delirante: la mia macchina, indubbiamente molto disordinata e sporca, è circondata dalle forze dell’ordine. Sembra non mancare nessuno all’appello delle divise: militari, municipale, polizia, carabinieri, vigili del fuoco, artificieri.

Incurante di quel trambusto, schiaccio il pulsante per l’apertura centralizzata della macchina, attirando su di me lo sguardo vittorioso delle forze armate che in pochi secondi mi puntano un mitra addosso. Alzo istintivamente le mani, stringendo il telefono cellulare nella sinistra e le chiavi nella destra.

Continuo a non capire cosa stia succedendo e l’unica cosa che vorrei riuscire a fare è tirare fuori un filo di fiato per chiedere al carabiniere di abbassare la canna. Il terrore però mi paralizza.

Squilla il mio telefonino e appena provo a guardare lo schermo con la coda dell’occhio, un poliziotto mi grida: “LEI NON È AUTORIZZATA A RISPONDERE!”. Dopo un attimo di panico, riesco a trovare il coraggio per dire “MA È MIA MAMMA!”.

Contrariamente alle mie aspettative , lo stesso poliziotto urla a un collega: “Commissario, sta la madre!”. Al benestare del capo ecco che mi permettono, abbassando le armi, di parlare con lei.

“Deficiente, stanno per far brillare la macchina visto che hai parcheggiato all’ambasciata americana!” (Essendo residente a Genova avevano chiamato a casa per comunicare la situazione della mia autovettura).

Chiudo la conversazione, spiego il malinteso e mi scuso con le guardie.

La situazione si tranquillizza. Il commissario si rivolge ai colleghi: “Potete andare, questa non è terrorista. E’ idiota!”.

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