Saranno elezioni che faranno discutere quelle per le Rsu all’Ilva di Taranto. Dopo anni di vicende alterne, drammi, scontri sul filo dell’ambiguità – con o contro la magistratura – i dipendenti del gruppo si sono recati massicciamente al voto per eleggere le rappresentanze interne con una percentuale dell’80,61. Si tratta di 9.187 persone, quante un paesino di medie dimensioni. Una cittadella operaia il cui umore è stato testato direttamente nella fabbrica. Ne è venuto fuori un segnale chiaro. Le due organizzazioni storicamente più legate all’azienda, Uilm e Fim, hanno sostanzialmente tenuto pur arretrando un po’ rispetto alle passate elezioni. La Uilm si conferma il primo sindacato con il 38%, ma in discesa rispetto di 700 voti, (circa il 5%). La Fim perde anch’essa voti, 214, e si conferma al secondo posto con il 24% mentre al terzo, e qui la sorpresa, la nuova arrivata, l’Unione sindacale di base con il 20% (1837 voti) sorpassa di gran lunga la Fiom, relegata al quarto posto con il 15%. Il sindacato di Maurizio Landini dimezza i consensi, da 3.063 a 1.389 anche perché una parte dei suoi ex attivisti sono ora schierati con l’Usb, sindacato conflittuale e alternativo, che ottiene una vittoria certamente prestigiosa.

Sulla elezione pende un ricorso della Fiom al Tribunale per via del sistema elettorale utilizzato: l’udienza è prevista per il 10 dicembre. Ma il dato tecnico non fa velo al significato della consultazione, come ammette il responsabile nazionale Fiom per la Siderurgia, Rosario Rappa: “Per quanto abbiano pesato negativamente irregolarità e gravi scorrettezze nelle elezioni – ha dichiarato – è necessario che la Fiom avvii un’ampia riflessione a tutti i livelli dell’organizzazione, dagli organismi nazionali a quelli territoriali, coinvolgendo i delegati eletti e gli iscritti, aprendo una fase di profonda discussione sia nel rapporto con la fabbrica e i lavoratori, sia con la città e la sua popolazione“. “Vanno individuate le ragioni della sconfitta Fiom” dice Rappa e questa sarà senz’altro una riflessione che attraversa il sindacato, la fabbrica, la città e la politica. 

Per l’Usb la lettura del voto è chiara: “La conseguenza della rabbia e della determinazione dei lavoratori che non ce la fanno più a sopportare una situazione di “collaborazione” come quella che Fiom, Fim e Uilm hanno gestito nei confronti dell’azienda, ma è anche diretta conseguenza della necessità di cambiamento e di alternativa sindacale che, incarnata da Usb, sta diventando evidente e palpabile in tutto il paese“.  C’è un po’ di retorica di organizzazione in queste affermazioni ma il successo è innegabile ed è avvenuto tutto occupando lo spazio “alla sinistra” della Fiom, in un’azione di conflittualità con l’azienda che non ha cercato alcuna mediazione. La Fiom ha più volte rivendicato le proprie iniziative a sostegno della magistratura tarantina e un comportamento rigoroso ma ha anche ammesso di aver avuto una responsabilità negativa in passato con alcuni suoi uomini in posizioni e comportamenti poco chiari e, per questo, allontanati.

La “pulizia” interna non sembra, però, essere bastata. La fuoriuscita, poi, di alcuni delegati dell’Ilva passati proprio all’Usb ha dimostrato il loro radicamento in fabbrica e la capacità di interpretare le esigenze operaie. Forse è questa la spia più significativa degli errori compiuti. Alcuni di loro erano stati messi all’indice, anni fa, per aver partecipato a iniziative dei Cobas e poi si sono ritrovati, insieme al Comitato dei cittadini liberi e pensanti, a organizzare la protesta dei lavoratori e della città anche contestando lo stesso sindacato. Andrà capito poi se in qualche modo il sindacato paga una sorta di “effetto Vendola”, una sovrapposizione tra le vicende che hanno riguardato il presidente della Regione e l’attività in fabbrica, quella quotidiana in cui si misura costantemente il rapporto con i lavoratori.

Nella lettura del voto va compreso anche il successo, ancora netto, dei sindacati che invece hanno contestato le iniziative della magistratura e hanno fatto da sponda alle varie mosse del governo. Segno di una difficoltà a emanciparsi del tutto dai legami con i Riva anche perché, comprensibilmente, le alternative vengono associate alla perdita del posto di lavoro. L’Ilva resta dunque un caso nazionale e continua a sfornare indicazioni – sulla qualità delle classi dirigenti, sul problema lavoro-salute, sui rapporti tra fabbrica e città e, ora, sul comportamento dei lavoratori – che vale la pena recepire.

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