Torno a trattare, spero non troppo indegnamente, temi non trasportistici, anche se so che ai miei lettori piacciono molto di più i trasporti.

Quel dibattito tra Scanzi e Serra dalla Lilli Gruber mia conterranea, è solo uno spunto, riguardava lo scontro/dialogo tra generazioni diverse. Incomincerei col sottolineare che prima occorrerebbe capire le idee dominanti attraverso le diverse generazioni, forse più che riferirsi a fattori anagrafici, molto più incerti e spesso incrociati in modo contraddittorio (padri fascisti e figli comunisti, ma anche viceversa).

Abbiamo avuto dopo l’unità d’Italia vent’anni di fascismo, ideologia fortemente anticapitalistica (“le potenze demo-pluto-massoniche…” di Mussolini), alleata ad un’ideologia cattolica non meno anticapicatalistica ed antidemocratica (“l’uomo della provvidenza…”). Il marxismo, nemico comune, rimaneva minoritario. Dopo la guerra esplose una vera rivoluzione industriale “moderna”, ma senza che la cultura e la politica ne fossero realmente partecipi, come avveniva da tempo nei paesi di più antica industrializzazione. La borghesia italiana era ignorantissima delle cose dello Stato, se non per trarne occasionali vantaggi e rendite di monopolio. Essendosi serenamente “fascistizzata” nel ventennio, non aveva mai espresso una visione liberale della società e della politica. Famosa la frase di un magnate lombardo, che quando decise di assegnare i ruoli ai figli disse “e a questo, che è il più stupido, faremo fare il politico” (non posso citare la fonte…).

La cultura marxista in quegli anni fiorì mirabilmente, splendida utopia illuministica, di democrazia, uguaglianza e sviluppo industriale (il cinema, la letteratura, ecc.). Ma per fortuna non prese mai il potere: la pratica ovunque si era dimostrata atrocemente diversa dall’utopia.

E il “socialismo reale” collassò insieme al muro di Berlino, e con esso l’unica ideologia illuministica e sinceramente pro-industriale di cui il Paese disponeva.

Ci rimanevano le nostre due culture “storiche”, cattolicesimo e fascismo, appena riverniciate, ma solidamente radicate e “popolari”. E una forma di fascismo moderno chiude la fragile parentesi della rivoluzione industriale italiana: Berlusconi è il nuovo “uomo della provvidenza”, esplicitamente supportato dalla chiesa (la famiglia, le tasse non fatte pagare beni del vaticano ecc.). Legittima i post-fascisti, tanto da farli partecipi del governo. Dichiara amicizia a dittatori esteri tra i meno presentabili (e al governo Bush e alle sue sciagurate guerre….).

Anche la fragile borghesia italiana si accoda senza fiatare a questa cultura. La cultura di sinistra perde ovviamente ogni riferimento: non può che rimanere all’opposizione, e in parte viene nel tempo cooptata, ma senza una capacità di comprensione articolata del capitalismo che ha di fronte, come avviene invece nel resto d’Europa. Diventa anti industriale, snaturandosi (si vedano le varie coloriture di verde, fino alla “decrescita”, ed ad altre amenità avulse da ogni progetto alternativo, storicamente non più credibile). Con poche eccezioni, non si sforza di capire la nuova struttura sociale né produttiva (il sindacato difende sempre più le categorie protette, cioè si corporativizza).

Quindi, altro che problemi generazionali, occorre smettere di guardare al passato, e, brechtianamente, guardare al qui e all’ora, per rendere meno arcaico e crudele il nostro capitalismo, che certo non è un fiorellino di prato, ma nemmeno il diavolo, ha dimostrato grandi capacità di crescita, anche se l’ideologia berlusconico-clientelare, nei fatti alleata ad una sinistra conservatrice e miope, è riuscita a bloccare questa crescita. E per guardare al qui e all’ora il principale compito degli intellettuali è capirlo, e capirlo bene, e anche capire lo Stato, che non è fatto oggi certo da “principi benevoli ed onniscienti”, ma non lo sarà nemmeno domani, anche se questa sinistra, necessariamente traballante e incerta, andasse al governo. D’altronde anche il “barbuto di Treviri” diceva che prima di fare qualsiasi cosa, bisogna avere i piedi ben piantati nella realtà produttiva, altro che su “acque pubbliche”, “prodotti a km 0” e simili lodevoli amenità, o nella difesa ad oltranza di industrie decotte come Alitalia o le miniere del Sulcis o l’agricoltura iper-sussidiata, o ancora peggio le grandi opere berlusconiane diventate rapidamente “bipartisan” (e così finisco tornando nel mio amato settore….).  

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