Tra meno di un mese le primarie per scegliere il nuovo segretario del Pd. Tutti i candidati hanno annunciato i loro programmi e il tema dello sviluppo di internet è stato indicato, seppure con qualche confusione, come centrale. C’è invece qualcosa che non è stato detto. Il digitale è un ecosistema composto di varie articolazioni fortemente interconnesse tra loro. Tra queste articolazioni non c’è dubbio che vi sia anche la parte relativa al settore radiotelevisivo che se non cambia regime rischia di condizionare negativamente il resto.

Per questo dovrebbero essere assunte una serie di urgenti iniziative che peraltro si rendono necessarie anche per chiudere definitivamente un’epoca in cui l’Italia è stata una peculiarità mondiale per le condizioni di dominanza e di controllo legate al conflitto di interessi. Dovrebbe dunque essere abrogata la legge Gasparri e al suo posto fatta una legge rigorosa che finalmente garantisca un effettivo pluralismo attraverso un uso trasparente, efficiente e concorrenziale delle frequenze e delle risorse pubblicitarie.

Andrebbe inoltre riformato il servizio pubblico a cui deve essere garantita indipendenza e rilancio della sua funzione soprattutto nella convergenza ed andrebbe di pari passo modificato in una visione moderna il sistema dell’emittenza locale e della radiofonia. Infine, andrebbe sostenuta l’industria delle produzioni audiovisive, in particolare quelle indipendenti. Invece, questi temi sono scomparsi dal dibattito politico. Non che prima si facesse molto, ma almeno se ne parlava. L’iniziativa in materia è ormai affidata a singoli gruppi, tra questi si segnala l’ottima iniziativa di MoveOn con i suoi 5 punti di riforma del sistema delle comunicazioni e della Rai.

Saranno le larghe intese, ma il tema dell’abrogazione della Gasparri è scomparso dall’agenda politica. Eppure le cose vanno peggio che in passato. L’Italia continua a scendere nelle classifiche mondiali sulla libertà di informazione e il dissenso nei grandi media non trova più spazi. La transizione al digitale ha addirittura rafforzato le posizioni dominanti del principale operatore televisivo privato e della gara delle frequenze si è persa traccia. Anche il recente annuncio di Telecom di voler vendere le torri televisive appartenute a La7 potrebbe finire per aumentare questa immane concentrazione (se vendute a EI Towers, azienda controllata da Fininvest).

Molti sostengono che internet ha ormai sostituito il peso della televisione. Si tratta di un errore, la televisione ha ancora una un ruolo notevole nel mercato delle comunicazioni e nella formazione del consenso, soprattutto in un paese come il nostro a scarsa attitudine tecnologica. Per questo sarebbe necessario non accantonare la “questione televisiva”.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

M5S: pronta la piattaforma web. La contromossa dei potenti

next
Articolo Successivo

Varese, al via GlocalNews: festival di giornalismo digitale glocal

next