Chi non lavora non è normale! In tutto il mondo, quando si sta per conoscere qualcuno, si chiede oltre al nome, un altro elemento identificativo ossia il mestiere. Come ti chiami, che fai? Tutte e due le domande convergono ad una sola formula che vuole sapere chi sei. Non da dove vieni, dove abiti, a quale religione appartieni. No. Chi sei? A questa domanda si risponde col nome e cognome e con l’attività lavorativa che si svolge quotidianamente. Una specializzazione o una qualifica che identifica la persona in relazione con la società, anzi con l’intera umanità.
Ora, se un uomo o una donna giovane o meno giovane che sia, risponde a questa domanda identificativa con la parola “disoccupato/a“, quale stima può generarsi in un confronto naturale in cui si asserisce che all’età di trenta, quaranta e cinquanta anni non si produce reddito? Quale umiliazione e vergogna prova il disoccupato nel sentirsi estraniato dall’intera catena produttiva che va avanti facendo a meno di lui?

Il disoccupato tende automaticamente a smarrire l’identità. Magari è un diplomato o un laureato, ma la conoscenza di sè avviene mediante un contratto a tempo indeterminato che segna un periodo della propria vita spesa nel fare qualcosa di specifico. Ci sono delle categorie esperienziali, ognuna delle quali è composta appunto da esperienze determinate di cui l’uomo è padrone. Ora, mi spiegate che tipo di categoria è quella del disoccupato che vuol dire non lavoratore?

Qui stiamo trascurando il lato economico per affrontare l’aspetto identificativo che è la sostanza psichica di un individuo. Stare ore e ore al bar seduto ad un tavolino leggendo un giornale, oppure chiacchierare tutta la giornata in più punti di una città o starsene a casa a vedere la televisione, è una condizione umana tollerabile dalla propria coscienza? Semplicemente ci si spersonalizza. Si perde l’integrità psicologica perchè la psicologia di un uomo o di una donna si basa proprio sull’identità.

Chi sei? Non basta il nome, manca l’esperienza formativa, quella qualifica perfettibile  che ci rende esseri sociali. E’ qui che il titolo di questo scritto deve far riflettere. “Chi non lavora non è normale!” Non è normale perchè non si riconosce in una categoria attiva. La sua energia mentale non si muove. Manca l’azione. Tutt’al più si improvvisa un’arte pseudo intellettiva. Ci si improvisa artisti. Crescono scultori, poeti, pittori, espositori d’arte.

Ma avete fatto mai caso che fissando lo sguardo su queste opere si vede una povertà quasi assoluta di cultura? Eh sì, perchè l’arte vive di cultura e la cultura è la cosa più mobile che esista. E’ curiosità, studio. E si vede nell’Arte quando c’è. Quando manca si nota subito. Quindi per sopperire all’ignoranza si tenta la distorzione e la confusione. Si tende a distorcere la propria spiritualità al servizio di una fantasia quasi sempre puerile. E i prodotti artistici hanno fattezze primitive o rozze proprio perchè manca al pensiero la conoscenza
necessaria per dare grazia alle sue creazioni. E quindi abbiamo un folto gruppo di artisi improvvisati che cercano disperatamente un’identità.

Bisogna dire che i disoccupati subiscono soprattutto una crisi di dignità. Sono persone “mutilate”. Persone non complete. E questo si riversa sulla loro psicologia che inevitabilmente soffre e non cresce come dovrebbe. Poi bisogna considerare un’altra conseguenza importante: la povertà, la miseria. Ed è proprio nella disoccupazione che investe molto la mafia che recluta giovani in cerca di lavoro. Le mafie riescono a trasformare in delinquenti persone disperate o rassegnate dando loro uno stipendio che lo Stato non può dare. Ma l’illegalità non fa altro che acuire quel senso di anormalità che cerca vendetta e onore nella criminalità. E questo è un aspetto non secondario della disoccupazione che crea un disagio identitario notevole e irreparabile.

Roberto Calò

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