Diciassette mesi di promesse, di burocrazia e di aiuti “di cui non si è ancora vista nemmeno l’ombra”. E allora tornano in piazza a manifestare i terremotati di un’Emilia tutta da ricostruire dopo il disastro che i fenomeni sismici del maggio 2012 si sono lasciati alle spalle. Oggi come allora alle prese con una burocrazia che “inchioda” la ricostruzione, fatta di contributi “nei quali cominciamo a smettere di sperare”, di storie, poche, di chi ce l’ha fatta e va avanti “ma grazie alle proprie forze”, e di una giungla di regole che costringe ancora molti a vivere fuori casa, o a tenere chiusa l’azienda.

Il luogo scelto per la protesta è simbolico: un crocevia sulla Canaletto che collega Modena, Camposanto, Mirandola e Cavezzo, alcune delle città più colpite dai fenomeni sismici. È lì, alla Cappelletta del Duca, che i terremotati si sono dati appuntamento per il 13 ottobre. “E’ passato quasi un anno e mezzo da quel 20 maggio 2012 e molto poco di ciò che ci era stato promesso è stato effettivamente fatto – racconta Sandro Romagnoli di Sisma.12, il comitato che ha organizzato la manifestazione – così torniamo in strada per rivolgere al commissario alla ricostruzione Vasco Errani alcune richieste che per noi sono necessarie”.

La copertura, “con un 100% reale, e non sulla carta”, dei danni subiti dalle abitazioni e dalle aziende, una semplificazione dell’impianto delle ordinanze, una fiscalità di vantaggio “che non deve per forza essere la no tax area, ma che alleggerisca chi oggi deve fare i conti con la casa distrutta, l’azienda ferma e la disoccupazione, dal peso delle tasse da pagare”. E poi una maggiore attenzione al riassetto del territorio. “Bisogna parlare anche di prevenzione – continua Romagnoli – perché non si può sempre piangere quando gli edifici sono già crollati. I soldi ci sono, non si dica il contrario, solo che in Italia vengono spesi per pagare altre cose di cui si potrebbe fare a meno”.

Molte di queste richieste, solo alcuni esempi rispetto a ciò che i cittadini del ‘cratere’ hanno evidenziato nel corso dell’assemblea che ha preceduto l’annuncio della manifestazione, sono riuniti nel testo di una petizione che oggi ha raccolto più di 12.000 firme. “Vogliamo essere ascoltati – sottolinea Sisma.12 – e siamo arrabbiati, sì. Ma solo perché dopo diciassette mesi siamo costretti a protestare per domandare a Errani cose che aveva già dichiarato come fatte”.

A poche giorni dall’annuncio la notizia della prossima manifestazione ha già fatto il giro del web e saranno molti coloro che, a prescindere dal partito votato alle elezioni, si uniranno al comitato. Tra loro c’è Ivana Cavicchi, che solo qualche giorno fa si è vista costretta a mettere in vendita il proprio negozio, dopo un anno di agonia in una terra, quella del cratere, “praticamente abbandonata a se stessa”. “Avevo un’attività – racconta Ivana – vendevo fiori a Sant’Agostino. Purtroppo, quando il 20 maggio c’è stato il terremoto, il centro cittadino è praticamente crollato, le chiese dove si celebravano i matrimoni sono diventate inagibili e per me il mercato si è bloccato. Ho continuato a lavorare sperando negli aiuti, ma tra l’affitto, le tasse e un fatturato quasi inesistente, in un anno ho guadagnato appena 6000 euro e finiti i risparmi ho dovuto chiudere”. Un colpo per Ivana, che per trent’anni ha lavorato come fioraia prima di riuscire ad avviare la propria attività. “Ho chiuso nel giugno scorso e ora vendo tutto per poter tirare avanti qualche mese. Ma si può andare avanti così? Io ho sempre pagato le tasse, ho sempre lavorato, perché lo stato non ci ha aiutati?”.

Anche Barbara, mamma di due ragazzi di 16 e 18 anni, scenderà in piazza per manifestare. Alla vigilia del secondo inverno dal terremoto la sua famiglia vive ancora fuori di casa, in una piccola costruzione di legno prefabbricata montata nel cortile dell’abitazione dove risiedono i suoi suoceri, sistemata con un impianto elettrico di fortuna. “Il bagno non c’è – spiega Barbara, 40 anni, impiegata di una ditta di San Felice sul Panaro che ha riaperto grazie ai contributi assicurativi – ma ce la caviamo. Non abbiamo scelta. Sono mesi che provo a presentare il progetto per ricostruire la mia casa, ma gli impiegati comunali e regionali continuano a rimandarmelo indietro pieno di correzioni, e in questo modo ho superato la scadenza”. Perché non è affatto facile ottenere contributi pari al 100% dei danni subiti in seguito al terremoto. L’appartamento di Barbara è stato dichiarato inagibile per via del tetto, che secondo la scheda Aedes andrebbe demolito e ricostruito. Ma gli uffici comunali non sono d’accordo. “Dicono che il tetto si può riparare, mentre i tecnici a cui mi sono rivolta concordano con la scheda Aedes. Il risultato è che se non si trova una soluzione alcune riparazioni saranno classificate come non rimborsabili, e dovrò pagare di tasca mia. Ma io non posso permettermelo, non ho le risorse”. Il suo caso è simile a molti nella bassa. Le domande di rimborso inviate da privati e aziende, spiega, sono poche “perché per sapere cosa è coperto dai contributi e cosa no bisogna attendere mesi: almeno due prima che arrivi il responso dalle istituzioni”.

“E’ giusto che la struttura commissariale voglia rimborsare solo i danni provocati dal terremoto, però devono capire che noi non vogliamo costruirci delle ville, ma solo riprenderci le nostre case – conclude Barbara, che alla manifestazione parteciperà con tutta la famiglia – la ricostruzione è ferma perché ci hanno promesso il 100%, ma non si capisce se s’intenda il 100% del danno subito o il 100% di ciò che sono disposti a rimborsarci”. E in Emilia è questo uno dei punti fondamentali. Perché “o gli aiuti arrivano – conclude Romagnoli – o qui è il disastro”.

 

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