Una Corte speciale di Nuova Delhi ha riconosciuto colpevoli quattro uomini del “branco” che il 16 dicembre 2012 ha brutalmente stuprato una studentessa di 23 anni a bordo di un bus. Le ferite che aveva riportato erano talmente gravi che la ragazza morì dopo 13 giorni in ospedale. Ora i suoi aguzzini saranno condannati all’ergastolo o alla pena di morte. Mukesh Singh, Vinay Sharma, Pawan Gupta e Akshay Thakur, questi i nomi degli imputati, tra i 19 e i 26 anni, sono stati giudicati colpevoli di tutti i capi d’accusa formulati nei loro confronti, compresi quelli di stupro e omicidio. Annunciando il verdetto il giudce Yogesh Khanna del tribunale speciale ha affermato che gli uomini “hanno ucciso una persona indifesa”. La pena verrà annunciata dopo la presentazione delle argomentazioni delle due parti mercoledì 11 settembre. Il 31 agosto scorso un quinto imputato, minorenne al momento dei fatti, è stato condannato a tre anni di riformatorio. E’ questa la pena massima prevista dalla legge in India per le persone sotto i 18 anni: una limitazione che ha suscitato molte polemiche e spinto diversi settori sociali a chiedere una riduzione a 16 anni dell’età minorile. Un sesto membro del “branco”, Ram Singh, considerato il regista dell’assalto sessuale, si è impiccato in carcere nel marzo scorso. 

Il processo ai quattro sospettati per lo stupro è stato sorprendentemente rapido per gli standard indiani ed è terminato dopo circa sette mesi. A seguito delle proteste scatenate dallo stupro della studentessa il governo ha modificato alcune delle leggi sulle violenze sessuali e ha creato tribunali speciali per accelerare lo svolgimento dei processi, che spesso durano più di 10 anni. 

Nirbhaya (Colei che non ha paura, ndr) – il nome di fantasia della ragazza aggredita e stuprata con particolare efferatezza, anche con l’uso di una sbarra di ferro – è diventato simbolo di proteste in tutto il Paese contro il trattamento riservato alle donne. L’unica “colpa” della studentessa di medicina consisteva nell’essere salita a bordo di un autobus con un suo amico, anche lui pestato da una banda composta da sei persone. La vita della ragazza che sognava di condurre un’esistenza diversa da molte sue coetanee tenute in una posizione di totale sottomissione è stata stroncata con una violenza inaudita. Ma il caso ha portato a una presa di coscienza collettiva nei confronti della violenza contro le donne

Decine di persone si sono radunate davanti al tribunale, definendo la vicenda di Nirbhaya un campanello d’allarme per l’India e chiedendo la pena di morte per i quattro uomini arrestati. “Ogni ragazza a qualsiasi età può subire molestie o stupro, per questo non ci sentiamo sicure – ha detto Rapia Pathania, una giovane laureata in giurisprudenza – Vogliamo che questo caso sia un esempio per tutti”.

Anche uno studio recente condotto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dell’Onu rivela dati allarmanti per quanto riguarda la violenza sulle donne in Asia. Il 25 per cento degli uomini interrogati (10mila) dichiarano di aver costretto una donna a fare sesso senza consenso, compresa la propria compagna. Considerando la violenza domestica, la percentuale sale al 57 per cento. Ma il risultato più preoccupante della ricerca riguarda l’impunità degli stupratori: soltanto il 23 per cento è stato condannato in seguito alla violenza.

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