Il piano della ‘ndrangheta per uccidere l’attore Giulio Cavalli. Perché in fondo, ragionano i padrini, “un incidente capita a tutti”. Qualcuno, invece, si spinge oltre e lo vorrebbe vedere morto con una siringa piantata nel braccio. Insomma, non solo morto ma anche infangato. La rivelazione choc arriva dall’ex boss delle cosche di Crotone Luigi Bonaventura, oggi collaboratore di giustizia.

L’ex consigliere regionale lombardo nonché animatore di importanti iniziative antimafia in Lombardia finisce nel mirino dei clan calabresi nella primavera del 2011. In quel periodo Cavalli è già sotto scorta. Da tempo, infatti, porta nei teatri d’Italia il suo impegno civile contro le mafie. Cavalli alza la voce, è irriverente, non fa sconti. I padrini lombardi non possono fare finta di niente. Da Bollate a Buccinasco, la ‘ndrangheta cova il proprio rancore. Un’azione eclatante è esclusa, almeno per il momento. Cavalli è scortato. Bisogna saper aspettare. I boss aspettano.

Racconta Bonaventura: “Tra aprile e giugno del 2011 fui contattato da emissari della ‘ndrangheta”. Bonaventura in quel periodo, come anche oggi, si trova a Termoli. Incontra cinque persone. “Parlavano un italiano corretto, senza inflessione, dissero di essere vicini alle cosche De Stefano e Tegano”. Il gotha della ‘ndrangheta fa un discorso generale. “Mi chiesero di fare il finto pentito con un stipendio annuo da un milione di euro”. Quale doveva essere il ruolo di Bonaventura? “Screditare diverse persone, mi fecero i nomi di magistrati e politici”. Il collaboratore di giustizia rivela anche un piano per diffamare l’attuale presidente della Regione Lombardia Bobo Maroni. “Mi fecero anche i nomi di Alfano e Berlusconi”.

Su Cavalli, però, il discorso appare molto più concreto. “Bisognava iniziare a screditarlo negli ambienti politici e dell’antimafia”. Si fa cenno alle ultime elezioni regionali in Lombardia. Obiettivo: Cavalli non deve essere eletto. Non sarà eletto. In alcune manifestazioni in Sicilia, poi, qualcuno fa girare la voce che l’attore lodigiano altro non sia che la mafia dentro l’antimafia.

Quindi la fase finale: la morte di Giulio Cavalli. “Qualcuno mi disse della siringa nel braccio”. In realtà, ricorda Bonvantura, l’ipotesi più accreditata era quella di un incidente. “In pratica – rivela l’ex boss – bisognava trovare qualcuno di basso livello che rubasse un camion, nella fuga poi si provocava l’incidente mortale, quindi il tizio si sarebbe dato alla fuga, solo in un secondo tempo sarebbe stato ucciso e seppellito”. Un omicidio travestito da tragica fatalità. “Mai e poi mai si doveva sapere che dietro c’era la ‘ndrangheta”. Altrimenti Cavalli sarebbe diventato un martire. E, invece, “quel Cavalli lì, mi dissero, è solo uno scassa minchia”.

Questo il progetto mafioso che per arrivare a conclusione necessita di una cosa: l’annullamento della scorta cui da anni è sottoposto Cavalli. E in effetti oggi il rischio di una revoca è più che concreto. Già a fine agosto l’attore potrebbe trovarsi senza tutela. 

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