Una piccola storia ignobile nella terribile vicenda di un Paese – il nostro – la cui anima è stata divorata dalle torme fameliche del malaffare asceso a comportamento pubblico accreditato: Transparency Italia.

La benemerita agenzia non governativa, fondata nel 1993 e organizzata in varie filiali nazionali (compresa quella italiana alla cui costituzione parteciparono personaggi come Piercamillo Davigo e Gerardo Colombo, rapidamente defilatisi). Ben presto, infatti, anche qui emerse l’ennesimo pasticcio all’italiana: un’opera sotterranea di opacizzazione della trasparenza. Lo strumento principale di Transparency è l’informazione; in particolare stilando l’annuale “Indice di Percezione della Corruzione” (CPI) sulla percezione mondiale in materia di comportamenti pubblici illegali, rapporto che ci colloca ai livelli minimi tra i Paesi avanzati.   

Apprezzabile impegno che si è tradotto nella situazione classica della volpe a guardia del pollaio. Infatti nel 1997 viene eletta presidente la signora Maria Teresa Brassiolo, consigliera comunale milanese di Lega Nord. La ragione della singolare nomina è che all’epoca – secondo immagine perdurante fuori confine – quello bossiano è ancora un movimento moralizzatore, sceso a Roma per impiccare i ladroni. All’estero risulta difficile percepire gli spudorati giri di valzer della politica italiana. Dunque, che nel frattempo Umberto Bossi abbia venduto sigla e partito a Silvio Berlusconi.. Ciò che nel suo minimo si appresta a fare la Brassiolo sul fronte del monitoraggio della corruzione, campo in cui il sire di Arcore resta l’indiscussa superstar. E Transparency Italia si trasformava nel pompiere dei fuochi accesi dalle iniziative della propria organizzazione internazionale.   

Infatti, quando viene pubblicata la classifica CPI del 2009, da cui risulta l’ulteriore discesa del nostro Paese, il portavoce della sede centrale di Berlino dichiara che l’Italia paga “l’effetto Berlusconi”. Apriti cielo! Madame Brassiolo parte immediatamente lancia in resta affermando che il dato non corrisponde a verità: la percezione mondiale sarebbe influenzata da una stampa straniera pregiudizialmente antiberlusconiana. Anzi, l’Italia starebbe moralizzandosi alla grande. Una protesta così vibrante che il portavoce tedesco rettifica il dato specifico del rapporto, precisando che in Italia “sono state prese alcune misure positive contro la corruzione”. Difatti il rapporto dell’anno successivo deve registrare un nuovo rotolamento verso il basso (dal 63° al 67° posto).   

Questo per dire che a Berlino dovrebbero finalmente rendersi conto della situazione reale di qua delle Alpi; anche perché il prossimo ottobre è in ballo il riaccreditamento annuale della sezione italiana, ricettacolo di personaggi che non sembrano propriamente in linea con la filosofia del rigore in materia di comportamento pubblico. Un ricco campionario di forzaleghisti: ad esempio il Vice Presidente di Transparency Italia è quel Virginio Carnevali già Consigliere di Amministrazione di Credieuronord, la banca della Lega finita miseramente dopo un’ispezione della Banca d’Italia (ispezione che ha sanzionato il predetto Carnevali, insieme agli altri consiglieri, con 7.746,60 euro di multa per irregolarità); Ettore Albertoni, componente del Comitato Onorario, ex assessore ed ex presidente del consiglio regionale della Lombardia in quota leghista; Giuseppe Rossetto, ex deputato di Forza Italia, e oggi responsabile dei rapporti con il Parlamento di Transparency Italia. Più una ulteriore sventagliata di soggetti rigorosamente leghisti o berlusconiani.

 

il Fatto Quotidiano, 2 luglio 2013

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