“Io, guardi, non parlo da 4 mesi con nessuno… se vi volete ferma’ voi, io, se volete, vado avanti per sei ore…”, aveva detto un giorno, Franco Fiorito, ex capogruppo Pdl del Lazio, condannato a 3 anni e 4 mesi con l’accusa di peculato per aver sottratto oltre 1 milione di euro dai fondi del gruppo, durante l’interrogatorio con il pm della Procura regionale della Corte dei conti. Il punto è che Batman, nei 4 mesi di carcere, s’è trasformato in “fine matematico” per svelare, agli inquirenti, “l’autentica truffa” dei rimborsi nella Regione Lazio. Dirompente. E disarmante: “Tanto so’ talmente abituato a non essere creduto, oramai…”.

Certo, difficile credere alla sua versione, per esempio, sulla vacanza nel resort in Sardegna, per due persone, costata 30mila euro, e pagata con i rimborsi del partito. Un vero errore – dice Batman – che non riesce a perdonarsi: “ Vado in vacanza dopo la campagna elettorale … scelgo un albergo di lusso… parto da solo, non volevo sentire nessuno, né avevo buoni rapporti con la mia ex fidanzata. Per una serie di casualità, mi ritelefona, cerca di raggiungermi e poi me la trovo che proprio è partita, e arriva in Sardegna”.

Di spiegazioni al limite dell’inverosimile, nei tanti verbali di Fiorito, se ne contano parecchie, come quella sul famoso Suv Bmw, acquistato con i soldi pubblici: “Se avessi evitato sarebbe stato opportuno … non è che avessi bisogno di andare in giro a fare lo scemo con il Suv degli altri”. Poi aggiunge che anche il parco auto dell’opposizione, però, non s’ispirava esattamente a criteri di sobrietà: “Il Pd c’ha un’ Audi, l’Udc ha noleggiato una Delta, insomma, voglio dire, non so tutti con quali strumenti perché non mi sono mai impicciato”. Ecco: è da febbraio che Fiorito – attende la sentenza in appello a inizio luglio – punta a colpire i presunti filistei visto che lui, il Sansone della Regione Lazio, la sua punizione l’ha già ricevuta. Assistito dal suo avvocato, Carlo Taormina, presenta alla procura di Roma un esposto e chiede che “si proceda, con la stessa determinazione manifestata nei suoi confronti”, anche nei riguardi di “tutti i consiglieri regionali della vecchia legislatura”.

L’obiettivo: “perseguire chi abbia consumato comportamenti penalmente illeciti”. E per denunciare il sistema, Batman si trasforma così in abile matematico, proprio lui che i suoi calcoli, per acquistare consenso, li faceva pressappoco così: “Io non c’ho cene (…) perché non l’ho mai utilizzato come strumento elettorale, è una perdita di soldi e tempo pagare 20/30/40 euro, a uno, per stare seduto, che poi magari viene solo per mangia’”. E quindi – tra una moltiplicazione e una divisione – punta il dito sul leader de La Destra, Francesco Storace e il presidente della Regione, Renata Polverini, lasciando ombre sulla vecchia opposizione. La parola chiave, come vedremo, è “surplus”. “Non per essere un matematico senza fine…” dice, prima di sciorinare una tesi molto simile a quel famoso motto di Totò: è la somma che fa il totale. E in soldoni denuncia: fate i conti, partito per partito, e vedrete che la somma non torna mai, per nessuno.

I due tipi di contributi
“Esistono due tipi di contributi”. Il primo: “136mila per ciascun consigliere (100mila per attività politiche, 36mila per collaborazioni esterne)” per i quali sono necessarie “le pezze d’appoggio”. Il secondo riguarda “tutte le erogazioni eccedenti i 136mila euro, su cui regna ogni oscurità…”. È questo il “surplus” che Fiorito s’affanna a spiegare, calcolatrice alla mano e delibere sul tavolo, tra lo scetticismo degli inquirenti, che gli contestano: “Non ha alcun riferimento normativo”. E lui ribatte: era un “accordo tacito che premia i capigruppo”. E non solo loro.

L’accordo politico
“L’erogazione del surplus … ha un’origine ‘altamente politica’, da rinvenirsi in un’intesa, attuata all’inizio della legislatura, tra la Polverini e Storace”. Il meccanismo è semplice, racconta Fiorito che, da capogruppo Pdl, nel 2011, guidava una truppa di 17 consiglieri. In realtà, seguirlo, è un’impresa improba. Ma tant’è: “Sommiamo 100mila euro per 17 componenti: arriviamo a 1,7 milioni l’anno”. Poi aggiunge i 36mila euro – cadauno – per le collaborazioni esterne: “612mila euro all’anno”. Risultato: il gruppo dovrebbe incassare 2.324mila euro. Il pagamento avviene in “quattro rate” e ogni trimestre, nelle casse del Pdl, arrivano circa 581mila euro. A fine anno, però, la sua squadra incassa ben 2.850 milioni: circa 500mila euro in più. Questo “surplus” arriva perché esistono delle “quote” destinate ad alcune cariche. Fiorito dice di intascare 100mila euro come componente della Commissione bilancio, 200mila come presidente della stessa Commissione, altri 200mila euro come capogruppo del Pdl. “A fine anno, quando l’ultima rata viene pagata in due momenti, arriva il conguaglio, che supera la somma prestabilita”.

Storace ha preso 266mila euro in più
Lo stesso sistema, scrive Fiorito nell’esposto, vale per La Destra di Storace. Il gruppo è costituito da due soli consiglieri e l’operazione – sostiene – è identica: 136mila euro, per due, fa 272mila euro. Ma nel 2011 La Destra ne incassa 538mila: “266mila euro in più”. Per quale motivo? “Per la carica di presidente del Gruppo”. E il presidente è proprio Storace. E aggiunge: “I documenti che voi avete tratto dai funzionari, sono falsi, nel senso che vi danno soltanto una parziale copertura delle cifre effettivamente versate”.

La Polverini è l’organizzatrice ab origine
Poi passa in rassegna il gruppo della Polverini: “Ha ricevuto 335mila euro in più, nonostante la presidente Polverini – organizzatrice dell’operazione ab origine insieme a Storace – vada affermando di nulla aver mai saputo e percepito”. Le accuse di Fiorito – emerse a sprazzi in questi mesi – sono sempre state respinte sia da Storace, sia da Polverini, che hanno annunciato di volerlo denunciare. Ma è lo scenario politico, delineato nei verbali e nell’esposto, a risultare devastante per tutti. Opposizione inclusa. Perché sotto il profilo politico, la lievitazione dei rimborsi in Regione – da 1 a oltre 17 milioni di euro – con quote doppie e triple distribuite per i leader di ogni partito, sembra il frutto di una trattativa che nessuno ha mai contrastato. Sforbiciando qua e là, un po’ dalle spese telefoniche, un po’ dal giardinaggio, sbucavano i soldi per i consiglieri. “L’intesa fu portata alla valutazione dell’Ufficio di presidenza in cui sedevano, oltre al presidente del Consiglio Mario Abbruzzese (Pdl), Raffaele d’Ambrosio (Udc), Bruno Astorre (Pd), Gianfranco Gatti (Lista Polverini), Isabella Rauti (Pdl) e Claudio Bucci (Idv)”. In quella sede “si deliberavano l’entità dei contributi da spartire, su input del presidente Polverini”. Il giudice chiede: “Sono i cinque sei capi che fanno questa decisione o se la trovano”? “La ordina il presidente del consiglio – risponde – in genere con i gruppi più grandi. Però ne sono a conoscenza tutti i consiglieri che vengono a chiedere: “Quanto prendiamo quest’anno?”.

La trattativa della Polverini e il foglietto di Storace
Riferendosi alla Polverini Batman dice: “La verità l’ho detta, non ho mai trattato personalmente questo tipo di attività, ci fu una trattativa che fece Storace e tornò con il foglietto con scritte le quote… è indubbio che lei non potesse non sapere, anche perché riceveva le stesse somme all’interno del proprio gruppo…”.

La trattativa con l’opposizione
Ed ecco come si blinda l’accordo. “Per confermare che c’era ‘sto accordo, l’opposizione – e anche qualche membro di maggioranza che non si fidava di Abbruzzese – pretendeva che noi votassimo il bilancio del Consiglio, prima di portare in aula quello generale. Cioè: che cosa significa? Significa che noi, una volta che abbiamo stabilito le quote per i singoli consiglieri, e che verifichiamo che sono contenute all’interno del bilancio del consiglio, sappiamo che, se quei soldi vengono effettivamente versati, poi noi li avremo”.

Tre minuti
La manovra veniva votata in tre minuti da tutti: opposizione compresa. “Lei troverà discussioni sul bilancio del Consiglio pari a zero. Illustrazione del segretario generale, Nazareno Cecinelli, di tre minuti. Votazione all’unanimità: perché? Perché quando si arrivava, già si sapeva che, se c’erano quelle quote, poi, era responsabilità del presidente”. La versione di Fiorito è stata smentita da Cecinelli e da Maurizio Stracuzzi, responsabile del trattamento economico, che ha negato anche la prassi della tripla indennità. 

La macchina fabbrica soldi
Chiede il pm: “Le delibere di aumento che trafila avevano?”. Risponde Fiorito: “Guardi, su quello … eravamo tenuti completamente all’oscuro… perché il presidente (Abbruzzese, ndr) diceva: ‘Io i soldi ce l’ho, ci penso io’. Noi non abbiamo mai saputo bene come facesse. A noi arrivavano i soldi”. In un altro passaggio si legge: “All’inizio vengono stanziati solo 4 milioni di euro… e sembra, dal bilancio, che siano il totale da spendere per tutto l’anno. Il segretario generale e il presidente del Consiglio, a noi, ci dicono: ‘No, noi abbiamo appostato 17 milioni e mezzo in altre spese’… Di questi 17/18 milioni, 7 milioni andavano 100mila per consigliere, altri 3 milioni destinati alle quote doppie, tutto il resto veniva gestito direttamente dalla presidenza, che quindi aveva una media di 7/8 milioni di spese, che non venivano tracciate … ma pagate in diversa modalità … non c’era pubblicità, non c’era niente…”.

Le quotazioni
Fiorito spiega il meccanismo delle quote: “Il membro della commissione prendeva una quota in più – se era 100mila, ne prendeva altri 100mila – il presidente della Commissione prendeva una quota doppia”. Stesso criterio, afferma Fiorito, era applicato al capogruppo dei partiti più grandi, ai componenti del Corecoco (Comitato regionale di controllo contabile) presieduto da Umberto Ponzo del Pd. “All’Ufficio di presidenza – continua – andava credo 200mila a ogni segretario, 400 ai vice presidenti e circa 1 milione al presidente”.

“Il suggerimento di Storace”
“Ho copiato lui”. Fiorito racconta d’essersi ispirato a Storace. “Su suggerimento di Storace in alcuni casi – tra cui quello del sottoscritto, dei presidenti Idv, Sel e Udc – l’Ufficio di presidenza mandava il denaro al Gruppo, con l’intesa che quel surplus dovesse essere incamerato dal presidente (…)”. Poi aggiunge: “Io ho chiesto di versarmeli in questa modalità – gli altri presentavano le fatture… – però c’ho il presidente del Consiglio, che è il mio nemico politico sul territorio… io non volevo far sapere al mio nemico … a chi li davo, o a chi non li davo …”.

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