“Mai più in politica, mi metto a fare il filantropo“. E’ il primo commento dell’ex capogruppo del Pdl alla regione Lazio Franco Fiorito, dopo che è stato condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione dal gup Rosalba Liso. E’ accusato di peculato per essersi appropriato di oltre un milione di euro dai fondi del gruppo regionale del Pdl.

Il giudice ha stabilito, inoltre, l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni per Fiorito, che però non accetta le accuse. “Io quei soldi non li ho rubati”, ha detto, “sia chiaro”. Via libera ai patteggiamenti per i due collaboratori Bruno Galassi e Pierluigi Boschi. Il primo ha patteggiato una pena a un anno e 5 mesi, il secondo a un anno e due mesi.

La procura di Roma aveva chiesto cinque anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici per l’ex esponente del Pdl al Consiglio regionale, accusato di avere utilizzato denaro pubblico “drenato” dai conti del partito per comprare perfino una caldaia e una jeep. Secondo la procura Fiorito avrebbe dirottato su alcuni conti, in Italia e all’estero, fondi destinati al gruppo del Pdl alla Pisana.

Con la sentenza pronunciata oggi si è conclusa in primo grado una vicenda processuale cominciata il 2 ottobre dello scorso anno quando Fiorito già capogruppo del Pdl alla Regione Lazio fu arrestato perchè accusato d’aver sottratto 1 milione e 400mila euro dalle casse del gruppo e tornò in libertà il 28 marzo. Fiorito, difeso dagli avvocati Carlo Taormina ed Enrico Pavia, si è già impegnato a restituire 1 milione e 90mila euro considerata la reale somma sottratta e poi distribuita in vari conti correnti aperti in Italia e in Spagna e in parte da destinarsi all’acquisto di alcune autovetture.

Il gip, firmando l’ordine d’arresto, aveva sottolineato il “progetto criminale” del politico. “E’ evidente che tutto questo rilevante movimento di denaro in uscita dal conto del gruppo Pdl e a favore di Fiorito costituisca il capitolo finale di quella preordinata azione di spoglio posta in essere dall’indagato fin dalla data di assunzione della carica”, aveva argomentato il giudice, spiegando che  “l’accelerazione finale si spiega agevolmente con l’approssimarsi della discoperta delle ruberie e, quindi, con la necessità di completare, in maniera frettolosa e patente, il progetto criminale”.