Sento la necessità di unirmi al coro di tutti quelli che – e mi sembrano sinceri – piangono la morte di Don Gallo.

Ebbi la fortuna di conoscerlo ad un tavolaccio di osteria una sera di tanti anni fa, dopo il G8. Si raccoglievano fondi per la sua comunità. Non era ancora un personaggio così pubblico ed io stesso non lo conoscevo. Rimasi colpito dalla sua semplicità, spontaneità, ironia, così lontani da quell’immagine di prete seriosa che noi tutti abbiamo scolpita in testa. Parentesi: ma perché sono sempre così seri se non tristi se sono convinti che ci sia il paradiso?

Da allora, seppure non costantemente, ne seguii il percorso; fece anche una dedica a mio figlio su di un libro scritto da un giovane della sua comunità, ed appoggiò la nostra battaglia per il referendum sulla caccia.

Lo ammiravo e, da distante, gli volevo anche bene. pensavo che tutti i preti avrebbero dovuto essere come lui, dalla parte dei reietti, degli oppressi, degli ultimi, che non saranno mai i primi.

Molti mi attaccano da queste pagine quando parlo di decrescita. Il Don (familiarmente detto) in qualche modo la praticava e la predicava, pur senza nominarla. Ne era un esempio pur forse non cosciente.

Ci sono uomini che quando muoiono privano l’umanità di qualcosa. Si dice allora “ci sentiamo tutti più poveri”. Non so voi, per me è così con la dipartita di Don Gallo. Io non sono credente ma mi piace pensare che il Don non sia morto per sempre. In fondo sarebbe bello che ci fosse un aldilà selettivo. Alcuni che se lo meritano sopravvivono per sempre. Altri scompaiono per sempre.

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