Chi ha ultimamente visitato le principali città della Libia ha potuto osservare una notevole diminuzione degli improvvisati posti di blocco e delle pattuglie armate dispiegate a presidiarli.
Per molti libici, la vita pare tornata a una certa normalità: escono i giornali (anche se ogni tanto qualche giornalista finisce in carcere), le Ong svolgono i loro seminari, si discute apertamente del futuro del paese e delle sfide che lo attendono.

Grattando un po’ la superficie, tuttavia, appare evidente che uno dei principali ostacoli alla stabilità e all’affermazione dello stato di diritto è ancora da sconfiggere. Molte milizie rifiutano il disarmo e continuano a controllare carceri e altri centri strategici.

Giorni fa, miliziani armati hanno circondato il ministero degli Esteri chiedendo la rapida approvazione della Legge sull’isolamento politico e le dimissioni del ministro Mohamed Abdelaziz, colpevole a loro dire di non aver rimosso dall’incarico gli ambasciatori nominati sotto la leadership di Gheddafi.

Procuratori, magistrati, giornalisti, avvocati, attivisti per i diritti umani e chiunque altro critichi le milizie va incontro a minacce, intimidazioni e aggressioni.

Il governo del primo ministro Ali Zeidan ha lanciato la sfida, proponendo un piano per portare le milizie sotto l’autorità centrale, porre fine agli arresti arbitrari, agli agguati e alle torture e riprendere il controllo delle prigioni. 

Il ministro della Giustizia Salah al-Marghani è ancora più determinato.  Per niente intimorito da un’aggressione subita a fine marzo, il 29 aprile, intervenendo al primo forum delle organizzazioni per i diritti umani promosso dal Comitato per i diritti umani del Congresso generale nazionale (il parlamento libico), ha denunciato la “cultura della tortura” e i centri illegali di detenzione come i principali nemici della “Rivoluzione del 17 gennaio” 2011.
Al-Marghani ha poi annunciato la scadenza per completare il trasferimento all’autorità statale dei detenuti attualmente nelle mani delle milizie: giugno 2013. Chi non la rispetterà sarà considerato “sequestratore”.

Il problema delle carceri è di dimensioni  drammatiche e, va detto, non riguarda solo i centri di detenzione gestiti dalle milizie. Migliaia di persone, alcune delle  quali arrestate due anni fa, restano in carcere senza accusa né processo. Solo a Misurata sarebbero 3000. 

Nella seconda metà di aprile, una delegazione di Amnesty International ha visitato quindici strutture detentive, alcune delle quali dirette dalle milizie. In almeno quattro carceri (Majer, Misurata, Abu Salim e al-Zawiya), tutti i detenuti con segni visibili di tortura sono stati nascosti prima dell’arrivo dei ricercatori dell’organizzazione per i diritti umani. 

Complessivamente, sebbene in alcuni casi il numero delle denunce sia calato rispetto alle precedenti visite, la tortura resta assai diffusa. Nelle prigioni dirette dalle milizie i detenuti hanno riferito di sospensioni per lunghi periodi di tempo in posizioni contorte,  ore di pestaggi con cannelle dell’acqua o cavi di metallo, bruciature con sigarette, posate arroventate o buste di plastica incendiate, ferite con arma da taglio anche ai genitali, insetticida spruzzato negli occhi.

Nei centri di detenzione riportati in qualche modo sotto il controllo delle autorità si segnalano trattamenti crudeli e degradanti, quali l’obbligo di correre senza fermarsi nei cortili o di camminare sulle ginocchia, il divieto d’incontrare i familiari, il ricorso all’isolamento per lunghi periodi di tempo. 

Nei reparti femminili, sono state denunciate ispezioni particolarmente umilianti, per verificare se pube e ascelle siano depilati o per accertarsi che le detenute che non prendono parte alla preghiera abbiano davvero le mestruazioni, essendo questa l’unica eccezione consentita. 

Insomma, anche quando le milizie saranno estromesse dalla gestione delle carceri e queste torneranno completamente sotto il controllo del governo, ci sarà ancora molto da fare per sradicare la tortura.

 

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