Mentre il FAI ha lanciato le primarie della cultura, dove si scopre che tra le primissime richieste dei votanti c’è lo stop al consumo del territorio, e mentre l’Europa sopisce ogni dubbio su quali siano le politiche da perseguire per il futuro, l’Italia continua a raccontarsi e a raccontare le solite vecchie favole.

C’era una volta una piccola località, nelle campagne tra Imola, Castel Bolognese e Solarolo, a pochi chilometri dalla via Emilia. Questa piccola località non vantava nulla, se non un campanile e qualche casa. Per il resto, solo frutteti e campi di grano.
Questa località era attraversata dall’autostrada A14, importante arteria stradale che – come ogni autostrada – non comunica con il circostante. Si sa che un’efficace rete autostradale contribuisce a incrementare il Pil di una nazione: zero virgola qualcosa, a seconda delle corsie, degli svincoli, dei caselli, insomma della percorribilità; o almeno così è stato per tutta la seconda metà del Novecento.

Un giorno Autostrade per l’Italia decide che il tratto dell’A14 che attraversa (anche) la nostra piccola località avrebbe potuto concedersi una corsia in più. Le amministrazioni si attivano: una corsia in più? Intanto che ci siamo, si potrebbe fare anche un casello in più. A Castel Bolognese ci sono importanti poli industriali che riversano il loro traffico sulla via Emilia.
E la piccola località con un campanile e qualche casa sarebbe stata il posto giusto per questo nuovo casello. Una bella notizia per tutti: un’autostrada più efficiente, una zona industriale meno invadente per il traffico locale, un casello in più al servizio dei cittadini. Ma la storia non finisce qui: “Perché, intanto che ci siamo, non inseriamo nel piano urbanistico una nuova zona industriale adiacente al casello?”

E così, insieme al casello e alla quarta corsia, la piccola località con un campanile e qualche casa si ritroverà anche centodieci ettari di zona industriale. Fuori i frutteti, dentro i prefabbricati. Nel frattempo, dicono che si sia verificata una crisi economica di una certa portata. Questa crisi economica ha insegnato che produrre cibo è più importante che produrre capannoni, ovvero ha insegnato che la riqualificazione deve avere la precedenza sullo sprawl urbano, dato che il suolo non è una risorsa rinnovabile.

Nel frattempo, in tutta la provincia le piccole e medie aziende chiudono, falliscono, si trasferiscono, lasciando sul terreno debiti, cassintegrati, capannoni vuoti.

Nel frattempo, i Comuni si uniscono in nuove unioni per razionalizzare i piani urbanistici e scongiurare un’ulteriore frammentazione del territorio. Questa crisi economica ha insegnato che i dogmi dello sviluppo a noi noti andrebbero rimessi in discussione, e con essi tante decisioni politiche ereditate dal passato; come centodieci ettari di cemento al posto di terreno fertile.

Ma tutto sommato a noi, di questa crisi economica, cosa ce ne frega?

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