Il Giorno di Milano ha riportato la notizia della condanna, in primo grado, del vice direttore generale della Rai Antonio Marano, già sottosegretario della Lega. La condanna, un anno e mezzo, riguarda la falsa testimonianza che, a suo tempo, Marano avrebbe fornito ai giudici sulle ragioni della espulsione del giornalista Massimo Fini dalla Rai con relativa soppressione, ancora prima della partenza, del suo programma “Cyrano”.

La vicenda fu clamorosa perché Fini, giornalista senza collare alcuno, denunciò il colpo di mano, raccontò che lo stesso Marano gli aveva parlato di “gravi interferenze berlusconiane” e, per non lasciare nulla al caso, rese note le registrazioni, da lui stesso eseguite, e che documentavano, in modo non equivocabile, le parole di Marano.

I mazzieri di allora e di oggi invece di condannare l’ennesima variante del conflitto di interessi, gonfiarono le gote e tuonarono contro Fini, reo di aver denunciato la prepotenza e di averla documentata. Così andavano le cose nel mondo e forse così vanno ancora oggi, per parafrasare il Manzoni. Naturalmente Marano farà appello e magari ribalterà pure la sentenza di primo grado, ma questo non giustifica il silenzio politico e mediatico che, sino ad oggi, ha circondato la vicenda.

Il Consiglio di amministrazione ha nulla da dire? Il direttore generale è stato forse tenuto all’oscuro? Al di là della questione Marano, qualcuno vorrà finalmente chiedere scusa a Massimo Fini e invitarlo a ripresentare il suo progetto editoriale? Probabilmente dirà di no, ma quel no eventuale, questa volta dovrà dirlo lui e non Berlusconi o un suo ventriloquo.

Oggi deve valere per Fini, domani per tutti quegli autori, quei temi, quei soggetti sociali, espulsi durante il ventennio trascorso e ancora fuori dai cancelli e dagli schermi di viale Mazzini.
Per ora, almeno sotto questo profilo, da quelle parti nulla è ancora cambiato.

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