Questo fine settimana in tutta Italia e anche nel resto del pianeta torna “Puliamo il mondo”. Fiumi, spiagge, boschi, strade e parchi urbani vengono tirati a nuovo da decine, migliaia di spazzini volontari.

A cosa serve? A livello pratico forse poco, i maleducati potranno recuperare il danno provocato dai virtuosi con ben pochi sforzi.
Cosa si può dire di nuovo di questa iniziativa? Nulla: tra multiutility, amministrazioni, associazioni di categoria e ambientaliste, ormai ci hanno detto tutto. Sappiamo che una bottiglia di plastica ci mette migliaia di anni a degradarsi, che un mozzicone di sigaretta contiene numerosi inquinanti, che il vetro va nella campana verde, che i sacchetti di plastica finiscono nello stomaco dei cetacei e delle tartarughe di mare.
A chi danno fastidio i rifiuti? Salvo appunto poche eccezioni, quasi mai agli animali. Se buttiamo una bottiglia di plastica in mezzo a un prato, dopo poco tempo ci troveremo la tana di un ragno o qualcosa di simile. L’unico essere vivente veramente infastidito dalla bottiglia di plastica in mezzo al prato è l’uomo, per un semplice motivo: è brutta da vedere.

Poi però succede che nel letto siccitoso di un fiume spunta la batteria di un’auto, o una tanica d’olio rovesciata, nello stesso fiume che poi finisce al potabilizzatore; oppure che per cento metri le sponde di un fosso sono andate incendiate, proprio lì vicino alle case.
O ancora, fori la gomma dell’auto per colpa di una bottiglia di birra che non inquina e non viene mangiata dai cetacei, ma da rotta punge benissimo; o ti si inceppa il tosaerba a causa di quell’imbecille che ha lasciato in terra tutto quello schifo. E ti sei sdraiato a fare il tuo bel pic-nic su un preservativo usato.
Ecco che forse anche i rifiuti più banali iniziano a dare fastidio, a creare un problema che va un po’ oltre il bello e il brutto. Non tanto oltre come l’eternit o le scorie radioattive, ma abbastanza oltre da farci incazzare nella quotidianità.

Quest’estate era in corso una festa in aperta campagna, lungo le sponde di un fiume, tra campi e boscaglia. Un bambino è venuto al bancone del bar con un nocciolo di pesca in mano:
“Dov’è l’organico?” C’erano i bidoni per la carta, per il vetro e le lattine, per la plastica.
“Come dov’è l’organico?” – gli viene detto – “L’organico è tutto attorno a te, butta quel nocciolo dove vuoi, non sei sull’asfalto, non hai in mano un rifiuto”

Tuttavia, quel bambino aveva già ben stampato in testa che i materiali non andavano mischiati. Con quel bambino, la società ha fatto centro.
E allora, proprio per questo, ben venga “Puliamo il mondo”. Puliamo il mondo per migliorare la nostra vita, per dare un senso alla parola educazione – se proprio ci fa schifo l’ambientalismo.
Ma puliamo anche le nostre teste: non facciamo crescere quel bambino solamente tra le mura di case e negozi, nell’aria condizionata. Portiamolo una volta in più in mezzo a un bosco, in campagna, facciamogli calpestare la terra, non solo i marciapiedi. Lui ci dirà dove buttare le cartacce, noi gli regaleremo un’esperienza di vita un po’ più sincera.

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