Una cosa è certa: sarà difficile fare meglio di Londra 2012. Con questa convinzione è calato il sipario sui Giochi della XXX Olimpiade, ospitati da quella che, New York permettendo, possiamo definire la capitale d’Occidente. La cerimonia di chiusura sarà stata anche un po’ troppo lunga, ma ha confermato la superiorità schiacciante degli inglesi in quanto a pop culture. The Who, Pink Floyd, Madness, Liam Gallagher, Spice Girls, Take That, la commovente “presenza” di John Lennon e Freddie Mercury, Pet Shop Boys, Annie Lennox,  George Michael, i teenager One Direction: ce n’era davvero per tutti i gusti, a riprova che lo spettro musicale inglese è infinito, una miniera inesauribile di talento.

E poi Eric Idle, uno dei geniacci dei Monty Python, a intonare “Always Look On The Bright Side Of Life” e a rappresentare nel migliore dei modi l’incontro/scontro tra la Vecchia Inghilterra tutta ironia e cinismo e quella nuova, fatta di sonorità indiane e colori esotici.

Ha ragione Ernesto Assante quando definisce il pop “l’anima di una nazione”. Ha torto marcio Aldo Cazzullo quando fa le pulci a una cerimonia per lui troppo poco olimpica. Forse il giornalista cuneese avrebbe preferito qualcosa di più noioso, in stile Torino 2006 per intenderci.

La chiusura dei Giochi londinesi ha decretato la sconfitta degli uccellacci del malaugurio che si aspettavano Olimpiadi confuse e confusionarie, segnate da traffico e allarme terrorismo. Si è trattato, invece, dell’ennesima lezione che la Vecchia Inghilterra ha dato al mondo. E ora, a cominciare da Rio 2016, provate a fare meglio. Dio strabenedica gli inglesi.

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