Riguardo alle Olimpiadi, ho una personalità bipolare. Quest’anno, non sono andata a Londra. Me ne sono guardata bene: quel che ho visto e letto delle Olimpiadi mi è bastato, e accodarmi alla folla non è mai stata una delle mie aspirazioni. Intendiamoci: ho amato i combattimenti e l’ostinazione delle fiorettiste, lo sguardo concentrato di Jessica Rossi, l’incontenibile falcata di un Bolt in stato di grazia, persino la furia calcolata dei lottatori, le 19 medaglie di Phelps, la danza sgraziata di un pugile ucraino vincitore e le lacrime della Cagnotto tra le braccia di suo padre. Non mi sono persa quasi niente e mi sono commossa quasi per tutto. Perché ho 53 anni, sono un’emotiva e ho un passato da sportiva. E un presente da lettrice attenta. Mi sono letta per esempio Ghost Milk, un monumentale quanto geniale volume di Iain Sinclair, che vive a Hackney, è un flâneur, filmmaker, scrittore e bibliofilo, e uno sguardo critico, innamorato e ironico sulla Londra di ieri e di oggi. In sintesi, è uno che ha osservato e riferito il modo in cui enormi quantità di capitali per lo più russi e arabi sono stati usati per radere al suolo la comunità locale a tempo di record, per poi paracadutare in questo paesaggio ricostruito una dignitosa vecchietta in trine e cappellino in compagnia di un agente segreto da operetta. E tutto appare allo spettatore perfettamente plausibile: già Pechino aveva insegnato che la differenza tra guardare la ricostruzione virtuale di un ambiente e camminarci effettivamente dentro è esiziale. Anzi, tra le due esperienze, è preferibile la prima: l’erba artificiale rende meglio di quella vera. Brilla di più. E non importa se per stenderne metro quadro dopo metro quadro si è dovuta cancellare una Londra che ormai esisterà solo nei romanzi e nella cinematografia di altri tempi. Meno ancora importa la rimozione di una comunità locale, che dopo aver resistito strenuamente al macello, ora si aggira per luoghi non familiari in preda a una generalizzata sindrome di Tourette, incapace di riconoscere il posto che era solita abitare.

Sono dettagli ininfluenti, dei quali non si trova traccia nella pianificazione delle bonifiche urbanistiche legate ai grandi eventi. Stratford, una città delle dimensioni di Leeds accovacciata ai confini della metropoli, si prepara adesso a fare i conti con suo status di “post-Olympic jewel”: un luogo marziano, attraversato da un gigantesco quanto inutile “mall” che, ci racconta Sinclair, ha una storia interessante. Concepita e realizzata dal Gruppo Westfield, questa bonifica edilizia si deve ai capitali di Frank Low, il secondo uomo più ricco d’Australia. Come catena di centri commerciali, il Westfield è il quarto gruppo al mondo, e si è assicurato il controllo di 180 acri di terreno a Stratford per la modica cifra di 180 milioni di sterline. I fratelli David e Simon Reuben, che ne possedevano circa il 50%, all’epoca furono sottoposti a pressioni considerevoli perché vendessero. Di fronte alle loro resistenze, Ken Livingston – “Red” Ken, a indicare il colore delle sue fedi politiche – invitò con straordinaria eleganza i fratellini indiani a “trasferirsi in Iran per vedere se riuscivano a ottenere condizioni più favorevoli dagli ayatollah”. Potenza del capitale di marxiana memoria. Dopo i giochi, parte del villaggio olimpico verrà trasformata in un gigantesco centro commerciale – non-luogo tipico di ballar diana memoria – e le abitazioni degli atleti verranno vendute a peso d’oro come appartamenti. Bella esperienza per la comunità locale, c’è da scommetterci. Come scrive Will Self, altro genio del panorama letterario londinese di questo momento, un’esperienza esaltante come succhiare escrementi di cane con una cannuccia: immagine colorita, ma efficace.

Intanto, le ristrutturazioni hanno cancellato la memoria di Londra. Sono sparite le fumerie d’oppio di Oscar Wilde, i locali deteriorati di Charles Dickens e Conan Doyle, e il Good Friends Restaurant, in Salmon Lane, dove avevamo incontrato Fu Manchu, esemplare di una Cina macchiettistica e familiare, inventata dall’occidente per sentirsene rassicurato. La Cina vera, trapiantata a Londra e istallatasi a Hackney, compare ancora nella narrazione straniata di Sinclair, che, in epoca olimpionica e tornando da una delle sue passeggiata, ne incontra una campionatura, sottoforma di una famiglia incompleta. Tre donnine e un ometto, apparentemente, hanno smarrito un congiunto, un vecchietto non troppo a posto con la testa, che è sparito nel sito olimpionico. E’ stato avvistato qualche giorno fa, da un inglese a spasso col cane, Sedotto dalle folle olimpioniche, si è infilato nel paese delle meraviglie dei Giochi per non riemergerne più. La sua famiglia, sconfortata dalla risposta di Sinclair, si allontana mesta in direzione di Hackney Wick, “dove ogni cosa svanisce o viene riplasmata. E nulla ritorna, nella stessa condizione, al territorio che si è lasciato alle spalle”.

Ecco: questo tanto per farsi una vaga idea di quello che sta per succedere a Milano con l’Expò: che quel che penso io su questo, l’ho già scritto.

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