“Bruno Ferrante è stato un mio giovane collaboratore quando ero ministro degli Interni e chi ha lavorato con me può fare tutto eccetto il Papa”. Francesco Cossiga benedì così nel 2005 la candidatura del prefetto di Milano a sindaco del capoluogo lombardo. Ferrante vinse le primarie del centrosinistra contro Dario Fo ma perse le elezioni contro Letizia Moratti. Abortita l’esperienza da primo cittadino Ferrante più che fare ha sicuramente tentato di tutto. Con alterne fortune. Spuntando sempre dove mai l’avresti immaginato.

Come il 10 luglio scorso quando è stato nominato presidente dell’Ilva al posto (e su consiglio) del dimissionario Nicola Riva. Scelto come figura istituzionale di garanzia nel tentativo di fermare il sequestro dell’impianto, Ferrante, il 20 luglio al Secolo XIX confermava: “È la prima volta che l’Ilva viene guidata da una persona estranea alla famiglia”. E garantiva che l’azienda ha fatto di tutto per inquinare meno. Certo, disse, “ci sono sempre margini di miglioramento” ma il gruppo “ha investito a Taranto 4,3 miliardi di euro di cui 1,2 miliardi per la tutela ambientale“. Le ultime parole famose: dopo cinque giorni scatta il sequestro.

“Per il profitto si è messa a rischio la vita delle persone”, ha scritto il Gip di Taranto Patrizia Todisco disponendo anche l’arresto dei vertici. ” Provo grande amarezza per i 6 dirigenti dell’Ilva ai domiciliari”, è stato il commento a caldo di Ferrante. Amici, del resto.

L’uomo non è solito perdersi d’animo. Tutt’altro. 65 anni, nato a Lecce, Ferrante ha affrontato tutto, da precetto cossighiano. Quando nel 2000 divenne prefetto di Milano nei primi due mesi si trovò a dover affrontare gli ordigni rinvenuti al Duomo e in Sant’Ambrogio e rivendicati dalle Brigate Rosse, due incidenti aerei (uno a Linate e uno contro il Pirellone), l’emergenza immigrati, la rivolta della comunità islamica contro la chiusura della scuola di via Quaranta, lo sciopero contemporaneo di mezzi pubblici e tassisti e, infine, la crisi del Teatro alla Scala che si chiuse, dopo due anni di trattativa, con l’addio di Riccardo Muti. Oltre ai vari tavoli permamenti su sicurezza, campi rom, droga.

Nel 2004 Milano si laureò città più “spiata” d’Italia: 352 telecamere. Ferrante si schierò a favore delle ronde cittadine, si trovava frequentemente d’accordo con la giunta guidata da Gabriele Albertini, in particolare con il vicesindaco Riccardo De Corato (soprannominato sceriffo di An) e con il capogruppo in Comune della Lega, Matteo Salvini, che, nel clima di tolleranza zero imperante in città, si spinse a proporre dei pullman riservati agli immigrati. Ferrante lasciò correre ma prese al balzo la proposta del centrosinistra a candidarsi. “E’ un uno dei nostri”, disse senza timore di smentita De Corato. Oculata scelta dei vertici della sinistra. Ferrante era ormai nella parte.

Immancabile abito sartoriale, cravatta infilata nei pantaloni, austerità militare in giro per la città a promettere una “Milano più sicura”. Moratti ebbe la meglio. E lui, da Araba Fenice, rispuntò all’improvviso nell’Impregilo dell’amico Salvatore Ligresti. Più precisamente alla presidenza di Fibe e Fibe Campania, controllate del gruppo e attive nel settore rifiuti. “Porterà un contributo di chiarezza e professionalità nella gestione del problema dei rifiuti in Campania”, annunciò l’azienda il 12 luglio 2007: l’emergenza si aggravò anno per anno. Ora Ferrante sbarca all’Ilva. Stimato dai titolari del Viminale con cui ha lavorato (Giorgio Napolitano, Rosa Russo Jervolino, Enzo Bianco, Roberto Maroni), amico di Ligresti e dei Riva, uomo di polso e di Stato, all’occorrenza giusto per il Pd. Cossiga aveva ragione: tutto eccetto il Papa. Finora.

di Ferruccio Sansa e Davide Vecchi

da Il Fatto Quotidiano del 29 luglio 2012

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