Nel presepe delle Olimpiadi ci sono due statuine che mi appassionano: Josefa Idem “la vecchia che non molla” e Alex Schwazer, “il giovane che perde la faccia”.

Josefa ha 48 anni (decrepita per la macchina-corpo), è madre di due figli (una vera impresa per una atleta, perché non c’è professionismo per le donne, sono tutte dilettanti anche dopo 27 medaglie, quindi hanno una copertura economica insufficiente, sindacale nulla, meno che zero garanzie per affrontare una gravidanza), si allena soffre combatte e vince (in semifinale, ma è sempre un bel risultato).

Il secondo ha 27 anni. Ha vinto l’oro a Pechino. Marcia per 50 chilometri muovendo appena i fianchi. Ha una faccia da giovane ariano stressato. In conferenza stampa espone alle telecamere una disperazione sfrenata da bambino. La sua colpa: ha assunto sostanze atte a migliorare sensibilmente la sua prestazione. Non è da sportivi, d’accordo. Non è neanche da furbi: il furbo lo sa che alle Olimpiadi il corpo è controllato. Su di lui diluvia fango da tre giorni. E’ l’oro mancato, è il traditore della Patria. E’ un infame, un vigliacco, un’ameba.

Sul petto di Josefa si appunta la medaglia della resistenza agli anni (un sogno collettivo). Sulla testa di Alex piombano le scomuniche. Josefa, interrogata sulla vicenda, riduce la riprovazione al minimo, prevale l’empatia: è un figlio che non ce l’ha fatta a reggere il peso delle aspettative altrui, Alex. Alle prossime Olimpiadi Josefa avrà 52 anni. Speriamo di vederla ancora. Vincere. O anche soltanto partecipare.

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