Legalize Love. Ecco il nome della campagna di Google, lanciata lo scorso sabato al Global LGBT Workplace Summit di Londra, a sostegno dei diritti delle coppie omosessuali. Uno slogan bellissimo, attraverso il quale l’azienda di Mountain View racconta un modo di essere e di comportarsi: da antiproibizionista dell’amore.

Ecco, infatti, l’intuizione geniale, da un punto di vista comunicativo: la campagna sposta l’attenzione dal matrimonio gay, tema largamente dibattuto e discusso soprattutto da chi vi si oppone, al concetto di amore. Se una persona può, per ragioni ideologiche e politiche, essere contro le nozze tra omosessuali e argomentare la propria posizione, non può, invece, in nessun caso, opporsi all’amore. Non esistono motivazioni plausibili per farlo. Mai. Lo spostamento concettuale operato da Google ha così il grande merito di svelare la debolezza di chi si oppone ai diritti delle coppie omosessuali nascondendosi dietro giochi di parole e peripezie lessicali.

La scelta linguistica ha conseguenze significative. Un portavoce dell’azienda, per esempio, ha definito poco accurato l’articolo dell’Huffington Post secondo cui la campagna avrebbe avuto l’intento di sostenere il matrimonio omosessuale. Come, invece, ha spiegato al magazine Dot429 Mark Palmer-Edgecumbe, promotore dell’iniziativa, il progetto ha un obiettivo ampio. Inizia a Singapore per il ruolo che riveste sul piano globale: non si può essere un centro finanziario internazionale e una guida globale, in termini economici e culturali, se permane una visione omofoba della società. É questo lo spirito di Legalize Love: coinvolgere quei paesi in cui permane una cultura discriminatoria e angusta.

La domanda, allora, è: Google, quando parte la campagna in Italia?  

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