Tarcisio Bertone che incontra Benedetto XVI e mette sul piatto le sue dimissioni da Segretario di Stato. Rispedite al mittente perché, dice il Pontefice, “non è nè il caso, nè il momento”. Una decina di giorni fa, scrive Repubblica, il cardinale, nel vortice dello scandalo Vatileaks e dei corvi che rivelano tensioni interne agli ambienti vaticani, avrebbe proposto un suo passo indietro sull’onda dei documenti diffusi dai media e dai giornali che lo davano per uscente. Ragione che aveva portato l’alto prelato a rilasciare un’intervista a Famiglia Cristiana in cui spiegava che la pubblicazione delle carte sottratte nell’appartamento Pontificio violava “un diritto costituzionalmente garantito in Italia” e l’articolo 5 che recita: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. 

Il Papa lo riconferma come aveva fatto anche a maggio, quando le turbolenze nella Santa Sede avevano portato al licenziamento di Ettore Gotti Tedeschi alla guida dello Ior e all’arresto del maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, trovato in possesso di carte riservate. L’ex presidente della Banca vaticana avrebbe parlato anche di un deposito segreto aperto presso l’istituto a nome di un laico potrebbe come veicolo per il riciclaggio del denaro. Senza specificare però il nome dell’intestatario che potrebbe essere coinvolto nei casi Grandi eventi, P4 e Finmeccanica. Per questo la polizia valutaria della Guardia di Finanza di Roma sta indagando su “una decina di conti intestati a religiosi, ma che in realtà sarebbero stati utilizzati come prestanome da chi aveva bisogno di muoversi dietro il paravento dell’anonimato”.

Tra i documenti riservati emersi nelle ultime settimane anche le lettere spedite a Bertone dal segretario del Consiglio della banca vaticana Carl Anderson e dal vicepresidente Hermann Schmitz. in cui si spiegava come Gotti Tedeschi gettasse “ombre sull’operato di Ratzinger”. E a febbraio il Fatto aveva pubblicato anche le missive di Bertone all’ex vescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, presidente dell’Istituto Toniolo, che dimostravano come il segretario di Stato a marzo 2011 si arrogò il diritto di licenziare il presidente dell’ente simbolo dei rapporti fra Chiesa e politica.

Per quanto riguarda Gabriele, invece, l’accusa era di furto aggravato, non di un attentato contro la sicurezza di uno Stato (né di ricettazione). Gabriele è considerato un uomo di carattere mite, quasi ingenuo, non capace di cospirare contro il Papa, neanche se spinto da un buon sentimento: non è la mente, semmai un braccio. Una cellula di una rete che cercava di veicolare i poteri e guidare il conflitto fra il cardinale Tarcisio Bertone e il resto di una Santa Sede in fibrillazione per successioni e ambizioni. 

Nei documenti fuoriusciti dalle stanze vaticane, il segretario di Stato era citato e criticato “per la sua gestione di governo”, ragione che lo aveva spinto per la terza volta a chiedere a Ratzinger di lasciare l’incarico. Il Papa però non vuole cedere alle pressioni dei Corvi e alle polemiche alimentate dalla stampa. Anche se, dall’altra parte, proseguono le pressioni degli arcivescovi stranieri e in particolare del porporato australiano Pell, convinto della necessità di una sostituzione ai vertici della Segreteria vaticana. Ma il momento giusto non è ancora arrivato e probabilmente Benedetto XVI preferisce aspettare le politiche del 2013. Solo dopo l’esito elettorale, eventualmente, potrebbe esserci il tanto atteso cambio di guardia. O, al contrario, un’ulteriore proroga dell’incarico.

 

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