Nel nome del padre, del figlio e dell’autostrada: quella che sta per tagliare in due l’ultimo santuario indio del Perù, dove vivono ancora due tribù mai contattate dall’uomo bianco. L’arteria servirebbe a rompere l’isolamento di Puerto Esperanza, mille anime collegate col resto del mondo solo per via aerea; secondo Survival, il movimento per i popoli indigeni, finirebbe solo per favorire il commercio illegale di legname e il traffico di droga. Non la pensa così padre Miguel, che di cognome fa Piovesan. Un prete italiano, che predica direttamente dall’altare il verbo della maxi-opera, in cui vede l’unica possibilità di sviluppo per la selvaggia regione di Purus, ancora incontaminata. E gli abitanti? Sono divisi: i 200 chilometri di asfalto connetterebbero il villaggio con la Carretera Interoceànica, la dorsale che collega il Perù al Brasile, ma la superstrada taglierebbe ben due riserve naturali e un parco nazionale.

Proprio per questo la grande infrastruttura potrebbe compromettere la vita di intere tribù, che non solo vivono da sempre in quelle foreste, ma rappresentano anche l’80% della popolazione locale. Se da una parte c’è chi lotta per i diritti di migliaia di persone che, vivendo nella foresta, non possono nemmeno essere interpellate, dall’altra c’è però chi lamenta condizioni di vita estremamente precarie: dal villaggio i giovani se ne vanno, il lavoro manca, i generi di prima necessità sono rari e costano fino a 5 volte più che nel resto del Perù.

I contrasti negli anni si sono così fatti aspri, per motivi di carattere politico, economico, ecologico e ideologico. Una questione complessa e delicata, che non sembra trovare una soluzione anche per la scarsa presenza dello Stato in quelle remote zone dell’Amazzonia peruviana. Su fronti opposti, dunque, la parrocchia di Puerto Esperanza e la sede londinese di Survival International.

Secondo Josè, un portavoce di Miguel Piovesan, a differenza degli ambientalisti stranieri, il parroco è “credibile”, perché risiede nella zona da molto tempo, anche se è nato in Veneto. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, Josè non ha dubbi: padre Miguel “si identifica con le sofferenze e le angustie della gente della foresta”, mentre associazioni come Survival hanno solo “la lingua biforcuta”. Per il collaboratore di Piovesan, la nuova strada è voluta da tutti, inclusi il vescovo e il sindaco, ed è “necessaria per uscire da un isolamento che fa vivere come in una prigione” con il “falso pretesto di un’ecologia disumana”.

Per i supporter del progetto infrastrutturale, dunque, quello di Survival e dei “suoi alleati” (come il Wwf o associazioni locali come Aidesep) è uno “pseudo-ecologismo”, un “radicalismo ambientale senza scrupoli” che relega i purusinos a vivere in una gabbia. Non solo: per Josè, “varie Ong utilizzano le tribù incontattate solamente per i propri affari”.

Rebecca Spooner, ricercatrice di Survival per l’area peruviana, replica invece che la strada mette “a rischio le vite delle tribù incontattate che vivono nell’area”, anche perché “porterà inevitabilmente una massa di taglialegna illegali e di coloni nella regione, esattamente come è già accaduto per tutte le strade costruite in Perù e in ogni altro territorio indigeno del mondo”. Il Perù, ci spiega la Spooner, è “notoriamente incapace di controllare la deforestazione illegale, e non ci sono motivi per credere che in questo caso agirà diversamente”. Del resto, il prete italiano vive a Puerto Maldonado, aggiunge l’attivista, ma “la ragione per cui sta promuovendo il progetto con tanto vigore non è chiara”.

I collegamenti aerei da e per Puerto Esperanza sono indubbiamente radi e talvolta vengono sospesi completamente, ammette Spooner, e i residenti hanno certamente bisogno di mezzi di trasporto migliori, “ma se la strada potrebbe soddisfare le necessità di alcuni (soprattutto dei coloni che si sono insediati nella regione e che stanno acquistando quelle terre), dall’altra porterebbe alla maggioranza della popolazione problemi devastanti”. Come del resto si è già visto in passato. Stephen Corry, direttore generale di Survival International, ricorda infatti che “l’atteggiamento del ‘noi sappiamo cosa è meglio per voi’ è non solo paternalistico, ma anche letale, come hanno purtroppo ben dimostrato gli ultimi 500 anni di colonialismo e ‘sviluppo’ delle terre indigene”.

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