La coalizione di minoranza che ha guidato i Paesi Bassi per 584 giorni, con l’appoggio determinante del partito del leader razzista ed islamofobo Geert Wilders, si è dissolta. Il premier conservatore Mark Rutte, in carica da ottobre 2010, dopo quasi due ore di colloquio presso la residenza della Regina Beatrice, ha rimesso il suo mandato nelle mani della sovrana, all’indomani dell’abbandono del tavolo di coalizione da parte del Partito delle Libertà (PVV) di Wilders, in dissenso con l’austerity imposta da Bruxelles.

Il leader dell’estrema destra, definendo “troppo gravoso” per la spesa sociale il pacchetto di misure approvato dai partiti governativi, ha affossato un complesso accordo del valore di quasi 15 miliardi di euro, raggiunto in oltre un mese di negoziati; tra le nuove misure, le più controverse, prevedevano un incremento dell’iva dal 19% al 21%, l’innalzamento dell’età pensionabile a 66 anni a partire dal 2015 (e non più dal 2020 come deciso in precedenza), e poi l’introduzione di un ticket sanitario di 9 euro per ogni prescrizione medica e l’abolizione dei prestiti a fondo perduto per gli studenti.

Dopo oltre sei settimane di incertezze, Wilders ha deciso sabato pomeriggio di calare il sipario sulla breve esperienza del gabinetto Rutte, affidando l’addio ad un tweet : “Da ora in poi non ci sarà più Zwartpiet per il governo” alludendo all’aiutante di Sinterklaas, il Babbo Natale della tradizione olandese. Secondo la stampa dei Paesi Bassi, il leader islamofobo dovrà ora “lottare solo, per la sua libertà” essendosi precluso cosi future alleanze con i liberal-conservatori del premier, che addossano a lui le responsabilità politiche e soprattutto il rischio di declassamento del rating finanziario olandese dalla prestigiosa tripla A.

Wilders, intanto, è già da ieri in campagna elettorale: “Le prossime elezioni si giocheranno su integrazione Europe ed Euro, questioni sulle quali siamo nettamente agli antipodi”, fa sapere alla stampa nazionale. Nel frattempo, si rincorrono le dichiarazioni dei segretari di partito che compongono l’affollato panorama politico olandese; da un lato i principali movimenti liberal-conservatori, laburisti e socialisti che chiedono elezioni prima dell’estate, dall’altro i partiti d’opinione che non potendo contare su strutture radicate, avrebbero serie difficoltà ad organizzarsi in soli due mesi.

Rimane febbrile l’attesa per i primi rilevamenti sull’opinione pubblica all’indomani delle dimissioni del governo, nonostante il “mago dei sondaggi” olandese, Maurice De Hond, abbia confermato a caldo un marginale vantaggio del partito del premier, che guadagna appena un seggio di vantaggio sulla sinistra radicale dei socialisti, poi vengono i laburisti e solo quarto il Partito per le Libertà di Wilders, che ha pagato caro il sostegno al governo perdendo quasi 10 punti in un anno e mezzo. E se il leader populista era stato il protagonista indiscusso della politica olandese degli ultimi anni, il suo futuro è il tema centrale delle ultime ore. Il quotidiano di Amsterdam Volkstrant, ad esempio, arriva ad immaginare che alla base della mossa di Wilders ci siano ragioni interne al movimento, quali la presa d’atto che alla luce della crisi finanziaria, la guerra alla Islam non è più argomento di primario interesse e che le richieste di democrazia interna, provenienti dall’esercito di eletti negli ultimi anni, stessero minando una leadership fino a poco tempo indiscussa. E sul giornale Telegraaf, il politologo Rinus van Schendelen profetizza: “Appena arriverà un nuovo imbonitore, Wilders verrà dimenticato. Nell’ultimo decennio era già successo con Pim Fortuyn e Rita Verdonk. A questo punto, a Wilders, non rimane altro che limitare i danni”.

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