Vallo a trovare un cd di Lucio Dalla, un suo vinile, una sua musicassetta, tra gli scaffali dei negozi di dischi bolognesi, poche ore dopo la sua morte. Bologna è invasa. Invasa dai bolognesi che lo vogliono salutare, da quelli che arrivano con gli autobus dalle periferie, da quelli che vengono da Brescia, da Bergamo, da Firenze e da Roma.

Due ore per sfiorare quella piccola bara dentro al cortile di Palazzo d’Accursio e poi un approdo sicuro alla ricerca di una testimonianza terrena di Dalla: la sua musica. Ma qua e là giusto un paio di cd di Questo è amore, uscito due mesi fa. Scorte esaurite in mezza giornata. Non si trovano più Cambio, Henna e Ciao. Bisogna ordinarli. Arriveranno.

Però quando ci si trova davanti a quei piccoli geni di cantautori che hanno reso la musica italiana dagli anni sessanta in poi qualcosa di inarrivabile, meglio preparare una lista lunga di ordini per il negozio di dischi.

Lucio Dalla era 4 marzo 43, era Piazza Grande, Caruso e Canzone. Ma per arrivare al successo commerciale, alla riconoscibilità nazionalpopolare degli anni ottanta-novanta, quella che ha reso le esequie di questi giorni una fiumane incredibile di giovani e anziani, uomini e donne di ogni parte d’Italia, Dalla aveva sperimentato, aveva scandagliato la musica leggera italiana, il jazz, il soul e il pop americano, la classica e sinfonica europea. In quel suo mix rock jazz Dalla si forma con lp memorabili e misconosciuti.

Un lato B della musica del cantautore bolognese che offre almeno due chicche introvabili, assolutamente imperdibili, da prenotare, se ancora reperibili. L’esordio lontano lontano del 1966 con un profetico 1999, ottimo lavoro di derivazione rhythm&blues, radici alla James Brown e ancora quel coveraggio tipico di molti gruppi pop italiani dell’epoca. Poi ecco arrivare Terra di Gaibola nel 1970. Rarità ristampata in cd solo a metà anni novanta. Dodici brani, un vero lp, con Occhi di ragazza (che Morandi aveva già lanciato) e un’orchestrazione, soprattutto della sezione fiati, modello poliziotteschi di pochi anni a venire. Capolavori stralunati e grotteschi come Non sono matto (o la capra Elisabetta) la prima con un testo scritto dalla stesso Dalla e la musica di Gino Paoli e Stars fell on Alabama con furente esibizione del nostro al clarinetto.

Altro lp imperdibile è Il giorno aveva cinque teste (1973), il primo lavoro con il poeta Roberto Roversi che mostra un Dalla modello Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Un travolgente concept album come si facevano nei primi anni settanta con brani che oggi non accosteremmo a Dalla come Passato presente e E’ lì. Invece le radici del cantautore bolognese sono nascoste in questi album ermetici e bizzarri, frutto di una curiosità a sperimentare, capire, scandagliare la musica che forse in Italia non ha avuto eguali.

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