Da sinistra: Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo

Maria Concetta non ce la fa più. Ne parla con uno sbirro. Fuggire di nuovo? Non può per i figli. Eppure vorrebbe. Per quella famiglia di ‘ndrangheta da sempre legata ai Pesce di Rosarno. Per quell’onore tradito a cui non ha mai creduto e che l’ha portata a collaborare con la giustizia. Riflette: “Come posso campare così se non posso nemmeno respirare”. L’ultimo pensiero. Poi la bottiglia di acido muriatico. Il dolore. La morte. Che il referto del medico legale traduce così: “Insufficienza cardio-circolatoria e respiratoria acuta secondaria ai gravissimi danni gastro-esofagei, pancreatici e polmonari provocati mediante ingestione di acido muriatico”.

Lea, invece, la fuga l’ha scelta. Decide di raccontare di fatti e affari della famiglia Cosco. E’ la ‘ndrangheta alla milanese. Lea finirà sciolta nell’acido per volere del suo ex compagno. E poi c’è Giuseppina, cugina di Maria Concetta. Anche lei è una donna in rivolta. Contro le cosche e il loro alito malsano. Finisce nei guai. Accusata di mafia. Si pente e fa arrestare il padre boss. Ci ripensa. E spiega: “Mi resi conto che c’era il serio rischio per i miei figli e quindi decisi di ritrattare tutte le mie accuse”. Ma Giuseppina è una ragazza tosta. Capisce. E torna a collaborare. Risultato: in galera ci finiscono madre e sorella. Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo e Giuseppina Pesce.

Donne coraggio, dunque. Come Maria Concetta che nel maggio 2011 sceglie di collaborare con i magistrati. Non ha accuse o pene da scontare. Semplicemente non vuole più quella vita incastrata dentro a un matrimonio di mafia non voluto. Lei 16enne, lui già ragazzo di malavita. Dopo le nozze, i figli. Tre. Alfonso, Gaetana e Anna. Lui, Salvatore Figliuzzi, finisce in carcere per 416 bis. E la famiglia la chiude in casa. Lei si confida con un’amica: “Avevo problemi di famiglia, non ero capita, gelosia, mio marito… in carcere. Erano arrivate lettere anonime, mi alzavano le mani, ti chiudevano in casa, non potevi uscire, non potevi avere amicizie”. E del resto l’incipit del pm che ha chiesto e ottenuto oggi l’arresto del padre, Michele Cacciola, della madre, Anna Rosalba Lazzaro e del fratello, Giuseppe Cacciola, è senz’appello. Si legge: “Questa è una storia triste, drammatica, emblematica perché riguarda la vicenda di una giovane donna costretta per molti anni a subire gravissime vessazioni psicologiche e violenze fisiche dai componenti della propria famiglia, nel novero di un sistema valoriale del tutto esecrabile, che porta ad anteporre la tutela dell’onore familiare”. Tradotto: la tutela della ‘ndrangheta.

Maria Concetta muore il 20 agosto 2011. E’ in casa da sola. Beve l’acido muriatico. Dopo la morte, ecco i familiari (oggi finiti in carcere) presentare una lettera della figlia con allegato un audio. La missiva: “Ora non ce la faccio a continuare più voglio solo dirti di perdonarmi mamma della vergogna che ti provoco”. L’audio? “Ho problemi di famiglia”. Pochi mesi dopo le intercettazioni rivelano il falso. Lettera e registrazioni sono state imposte. Addirittura nel riascoltare l’audio gli investigatori si accorgono che con la ragazza c’è una donna. Sembra un adulto. Si ipotizza che sia la madre. La conferma arriva da un’ambientale in carcere. La piccola Tania parla con il padre. “Io l’ho appena vista (la madre, ndr) e mi sono scoppiata a piangere. E’ andata dall’avvocato per registrare”.

A questo punto la storia ha già preso il binario finale. Prima era capitato altro: a maggio Maria Concetta inizia a collaborare. E tra le tante cose messe a verbale ci sono anche tre bunker della sua famiglia, poi regolarmente scoperti. Da qui l’iter classico dei collaboratori: località protette. Prima in Calabria, poi a Genova dove incontra i genitori. “Disgrazia”, dice la madre. Il padre prova a convincerla: “Tu non sai niente. Tutto quello che hai detto non è vero”. Poi rivolto alla moglie: “Tanto lei non capisce. Statti tranquilla, che a lei la teniamo noi. E dal magistrato deve andare lei e gli deve dire che non vuole essere più protetta”. Ma la famiglia ci prova con ogni mezzo. Al telefono un uomo le dice: “Cetta perché devi fare così. Ma la senti tua figlia cosa sta facendo? Cetta questa qua sta morendo”.

Alla fine la Cacciola torna a Rosarno. Ed è in quei primi giorni di agosto che inizia a morire. Si “rendeva conto che l’unico scopo dei familiari era quello di farle ritrattare le dichiarazioni”. I messaggi del suo cellulare sono senza appello. “Non mi rivolgono la parola. Mi portano avvocati su avvocati per farmi ritrattare e dirgli che uso psicofarmaci e che ho fatto tutto per rabbia”. Particolari in più emergono dalle telefonate con il maresciallo dei carabinieri. Si tratta di fotogrammi impressionanti a partire dai documenti sequestrati e poi bruciati. In casa ci sta ventiquattr’ore su ventiquattro. Come in carcere. Peggio. Con la madre a controllarla e tentare di convincerla: “O noi o loro”.

Alla fine Concetta, pur in quel gesto estremo, ha scelto oltre la ‘ndrangheta e la giustizia. Ha scelto la libertà. Quella stessa libertà inseguita per anni da Lea Garofalo, collaboratrice girovaga per l’Italia. Prima dentro e poi fuori dal programma di protezione. Inseguita. E poi braccata da quella famiglia criminale che sotto al Duomo di Milano per anni intreccia affari di malavita. Sono i Cosco. Quelli di via Montello 6. Ed è lì, a poche centinaia di metri, che Lea la pentita scompare, per essere poi torturata, uccisa e alla fine sciolta nell’acido. Resiste sua figlia Denise che in aula non ha paura e con le parole inchioda un padre assassino. “Io mi ricordo che mia madre diceva che le persone di cui aveva paura potevano essere mio padre, i suoi fratelli e il fratello di mia madre e quindi suo zio”. Alcuni di loro sono i killer. E lei, appena ventenne, confessa: “Avevo capito, ma a mio padre non l’ ho fatto capire. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre”.

Ecco chi deve temere la ‘ndrangheta. Sono queste donne. Le loro parole. Il loro coraggio. La loro rivolta. Caparbia. Senza sconti. Convinta anche in mezzo alle paure, alle minacce, al terrore –  vivo sulla pelle – di perdere i propri cari. E nonostante questo vanno avanti. “Adesso – spiega Giuseppina Pesce – ho capito che il destino dei miei figli deve essere deciso da me'”.

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