A rischio congelamento: questa è la situazione per molti dei rom che vivono a Bologna. La Regione Emilia Romagna ha appena approvato lo stanziamento di 2 milioni di euro destinati a interventi immediati nelle frazioni o centri abitati isolati, “al soccorso urgente per rimuovere criticità secondo criteri di priorità che privilegino l’assistenza alla popolazione”. Ma molti rom e sinti sfuggono dall’orbita delle istituzioni, perché si nascondono. E questo rischia di diventargli fatale.

È il quarto giorno di maltempo a Bologna, la temperatura scende verso i meno 10 sotto zero, mentre la neve ha raggiunto il metro di altezza, secondo i parametri della Protezione civile; “un’intera gonna”, secondo quelli di Bianca, rom romena che nelle giornate normali dorme con due coperte sotto un albero, in uno dei tanti rifugi arrangiati negli interstizi fra la tangenziale e i campi padani. Basta prendere uno degli autobus che dal centro conducono nella periferia della città, fino al capolinea, e camminare: gli accampamenti sono lì, anche in questi giorni di perturbazioni che sembrano sconvolgere l’Italia.

Sono notti a rischio congelamento, e Bianca come molti altri si è rifugiata nella sala d’aspetto della Stazione centrale, nonostante “c’è puzza di alcol, ed è sporco. Sto meglio da sola, ma se rimango fuori, muoio”. Di questo si tratta, per molti rom: evitare l’assideramento. Motivo per cui Giorgio e la sua fisarmonica si sono trasferiti in una casa abbandonata alla Bolognina, occupata da altri dieci senza casa. L’ha saputo attraverso il passaparola, la vera rete di collegamento di chi vive la strada. Il riscaldamento, quando c’è, è ottenuto con le bombole a gas che sfidano crepe e assenza di finestre. Solitamente, per arrivare “a casa” di Giorgio e degli altri componenti dell’orchestrina di Via Rizzoli, bisogna attraversare almeno mezzo chilometro di sterpaglie, ma: “scherzi? A me le mani servono per suonare”. Ed è quello che sta facendo mentre racconta, davanti a una delle tante chiese della grassa Bologna: per lui, una giornata di lavoro come tutte le altre.

Anche Daniel e Christian, padre e figlio della Romania, si danno da fare: spalano la neve assieme ad alcuni ragazzi nordafricani nel parcheggio davanti all’Ospedale Maggiore. “Alcuni ti danno tre euro; se hanno le macchine grandi, anche dieci”, spiegano. Ma altri li cacciano con un’inspiegabile tono confidenziale: “Oh, che fai te, non mi toccare la macchina”, grida un signore a un ragazzo africano che si è avvicinato proponendogli una spazzola appositamente rimediata. L’intera famiglia di Daniel, senza bambini, dorme in due baracche fatte di cartoni, bastoni e coperte, in mezzo a uno di quegli spazi vuoti fra le costruzioni urbane. Uno di quegli spazi grandi, quasi boschivi, sotto gli occhi di tutti ma che incredibilmente riesce a passare inosservato. “In stazione non ci andiamo a dormire, perché ti svegliano 4 volte a notte. Qui dai fuoco a un paio di bottiglie d’alcol, e cerchi di arrivare al mattino”, spiega Christian. E Daniel, mostrandolo, aggiunge: “C’è anche un passerotto che dorme con noi”. Per scaldarsi, Anna è seduta davanti a una leggera brace: entrambe fanno fatica a resistere sotto la neve. Intorno, bianco e il silenzio, tanto che non si direbbe di essere in pieno centro, vicino a uno degli ospedali più grandi del capoluogo emiliano. Stanno aspettando di tornare a casa “ma ci vogliono 80 euro per il viaggio e né al consolato né al centro d’ascolto ci hanno saputo aiutare”. Al loro paese Daniel lavorava come installatore in una ditta, Christian come operaio stagionale: “ma ora c’è crisi. Quando c’era Ceauşescu invece, lavoravamo tutti”. Accampamenti abusivi, per cui si rischia e spesso si prende una denuncia per “invasione di terreni”. Ma anche campi istituzionali, come quello sinta di Via Dozza, poco prima di San Lazzaro di Savena. Una trentina di nuclei familiari, con 15 bimbi e adolescenti, italiani da generazioni, e residenti da oltre 20 anni in quelli che per definizione ufficiale sono denominati “campi sosta”. Quattro anni fa, il Comune di Bologna ha finalmente concesso loro gli allacciamenti e costruito una chiesetta per i culti evangelici, bagni comuni e cucine in muratura, sebbene aperti per tre lati su quattro. “Ma è sabbia, non è cemento”: le pareti si sgretolano, le tubature esplodono, e “con questo freddo” – racconta Katiusha – anche solo arrivare dalla roulotte al bagno (dove il riscaldamento centralizzato è al minimo) è un incubo”. Bisogna attraversare il metro di neve che ha quasi sepolto il campo. Perché qui “le ruspe non arrivano, e il sale non ce lo danno: siamo stati al Quartiere anche oggi, e da Hera ieri”. Va specificato che sebbene il campo sia adiacente alla tangenziale, l’accesso alla strada principale è a quasi un chilometro, per cui senza macchina, rischiano di essere definitivamente isolati. Nel frattempo, il Piano neve del Comune ha fatto accorre i militari per pulire le strade, “dando priorità alle strade principali per garantire la circolazione dei mezzi  pubblici”, ma “io non so come andremo a prenderci da mangiare domani. A piedi..”. Le case mobili (prefabbricati in alluminio), sono difficilissime da scaldare: “io sto dormendo in un iceberg, siamo sepolti vivi”.

Lo “sceriffo del campo”, come le nuore e i nipoti del campo chiamano nonna Bruna, l’anziana del campo, dalla sua roulotte ricoperta di puliti tappeti bianchi, mostra le imbottiture che fanno da isolante con il gelo che penetra dal sottile strato di alluminio e linoleum: “seicento euro tutti i mesi, per questo. Il comune, solo da noi ne prende 3 mila, lo moltiplichi per il campo intero”. Non rinuncia alla politica, l’anziana, minuta e combattiva signora: “Ci lamentavamo di Berlusconi, e ora Monti ci vuole pure togliere le pensioni? E io con cosa pago l’elettricità per la stufetta?”. Al campo, si fa la raccolta del ferro (partita iva e assicurazione del mezzo), le pulizie in qualche appartamento e sporadiche nonché brevi borse lavoro da 300 euro. Sul retro, parcheggiati come enormi montagne addormentate, camion e giostre in attesa della bella stagione.

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