Il sospetto è che, a cento anni dall’affondamento del Titanic, anche questa volta a pagare il prezzo più alto sia stata la “terza classe”. In questo caso sarebbero i “membri dell’equipaggio – come raccontano fonti confidenziali all’interno della Procura di Grosseto a ilfattoquotidiano.it – dalle mansioni più modeste”. Secondo gli ultimi numeri raccolti, coloro che non sono ancora stati rintracciati sulla terraferma sarebbero 36. Gli ultimi 2 rintracciati a Roma, sono una coppia di giapponesi che non erano stati registrati al momento dello sbarco sull’Isola del Giglio. Tra i dispersi potrebbero esserci dei lavoratori cinesi e filippini che, secondo l’ipotesi della procura, si sarebbero trovati negli alloggi o nelle lavanderie: non si sarebbero neppure accorti di cosa stava succedendo e comunque non avrebbero avuto il tempo di mettersi in salvo. I morti accertati, nell’incredibile sciagura dell’isola del Giglio, sono invece i francesi Francis Servel e Jeanpierre Micheaud e il marinaio peruviano Thomas Alberto Costilla Mendoza, che sarebbero tutti annegati.

Comandante fermato. Una tragedia da non credere. Tanto che il procuratore di Grosseto Francesco Verusio ha sottoposto a fermo il comandante della Costa Concordia: Francesco Schettino, 52 anni, originario di Napoli, è già nel carcere di Grosseto dove attenderà l’udienza di convalida programmata nelle prossime ore. Schettino dovrà rispondere, insieme al primo ufficiale in plancia, Ciro Ambrosio e ad altri 4 membri dell’equipaggio, di omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave. Il comandante, infatti, dopo aver condotto un transatlantico pesante come 110 Boeing sugli scogli, secondo gli inquirenti, alle 23,30 (neanche due ore dopo l’allarme) avrebbe lasciato la nave. Peccato che le operazioni di evacuazione della Concordia fossero ben lontane dall’essere concluse: gli ultimi a tirare un sospiro di sollievo lo hanno fatto intorno alle 3. Una manovra che il procuratore di Grosseto ha definito Francesco Verusio ha definito “maldestra”.

Il giallo delle liste. Ma sempre dall’Unità di crisi di Grosseto arriva una denuncia: “Ancora non sappiamo quante persone fossero a bordo al momento dell’incidente. Costa Crociere non ci ha ancora fornito un numero esatto”. La giornata è frenetica, eppure, a quasi 24 ore dal naufragio la Costa Crociere non ha dato ancora quel numero che aiuterebbe a capire quanti possano essere realmente i turisti o i membri dell’equipaggio ancora dispersi. Un elenco di passeggeri e ciurma è arrivato e su quello si lavora, ma ci sarebbero punti poco chiari. “Nella lista c’erano dei nominativi di persone che probabilmente erano scese a Civitavecchia o in tappe precedenti. Accanto ad alcuni nomi infatti – riferiscono dall’unità di crisi – c’era scritto ‘No’, ma a dire il vero non sappiamo cosa significassero. Abbiamo dovuto interpretare”. “Abbiamo il numero delle persone censite all’arrivo a Porto Santo Stefano, cioè 4.152”. Ma qui sta il giallo che lascia aperta qualche speranza: “Due americani sono stati salvati ed erano rimasti ospitati all’isola del Giglio da una famiglia e questi due non erano stati censiti”.

Inizialmente si era parlato di 4.234 a bordo. Poi di 4.229, 1.013 membri di equipaggio e 3.216 passeggeri. La realtà è che un numero preciso e un elenco dei nomi non sarebbe stato ancora fornito e nel pomeriggio lo confermava al fatto.it anche la Guardia di Finanza. Dall’azienda però hanno negato e hanno detto di avere fornito quel dato in giornata.

Corsa contro il tempo. Più passa il tempo più si riducono le speranze di trovare vive quelle 41 persone. La nave ieri all’ora di cena era ancora in movimento, come confermato da Cosimo Di Castro, del comando generale della Guardia costiera, e per questo i sommozzatori hanno difficoltà a entrare e a verificare l’eventuale presenza di persone dentro i locali della crociera. I sub hanno ispezionato, nel lato sommerso dall’acqua, solo le parti all’aperto. Nessuno, insomma, è ancora riuscito a entrare all’interno della nave a oltre 24 ore dall’sos.

Nel frattempo, mentre alcuni temono anche il disastro ambientale, da Porto Santo Stefano ieri sera sono partiti due grossi rimorchiatori, destinati al relitto, che dovranno circondare la nave con dei cordoni per limitare la fuoriuscita di carburante (per la quale la Costa avrebbe già allertato anche una ditta specializzata olandese).

Le indagini. A pesare sulla decisione della Procura di arrestare il comandante è stato il rischio di inquinamento delle prove. Al momento dell’impatto era Schettino al comando ed è stato lui a ordinare la rotta: “E’ stata – ha spazzato via gli ultimi dubbi il procuratore Verusio – una manovra voluta“. Secondo quanto ricostruito finora peraltro la falla lunga decine di metri sulla chiglia della nave si sarebbe aperta intorno alle 21,45, ma la Capitaneria sarebbe stata avvertita con tutta calma. Il pm ha messo sotto sequestro nave e scatola nera, che ha registrato le conversazioni tra nave e Capitaneria.

Perché sfiorare il Giglio? Non è inusuale per le navi anche di questa stazza passare vicino alle isole. Meno virate significa meno carburante consumato. La rotta? La calcola il Gps. Così è successo anche in questo caso. Il problema è che questa volta la nave si è avvicinata alla costa “molto maldestramente”, insiste la Procura. Anche perché quando in plancia di comando hanno visto sfilare su un lato l’isola a un tiro di schioppo non è stato fatto niente per rimettersi a una distanza di sicurezza, finché gli scogli delle Scole hanno aperto irrimediabilmente la gigantesca breccia nello scafo e l’acqua del mare ha fatto il resto. Il comandante Schettino ha detto ieri, ai giornalisti, che quello scoglio sulle carte non c’è. Un’altra uscita improvvida, che avrebbe ripetuto. Quegli scogli sono una meta arciconosciuta in tutta Italia dagli appassionati di immersioni. C’è chi li paragona alle guglie del duomo di Milano e non solo perché si alzano di molto dai fondali, ma anche come metafora simbolica. Chi naviga nel Tirreno, in Toscana, non può non conoscere quegli scogli. E non poteva non conoscerli il comandante che quella rotta l’ha fatta altre volte e che spesso, dicono alcuni testimoni, “si avvicinava al Giglio e faceva fischiare la sirena, come se dovesse salutare qualcuno”.

Gli equipaggi che partecipano alle manovre di navigazione di navi del genere (circa 200 persone su un totale di circa mille) e’ ritenuta generalmente di elevata professionalità. Tuttavia il sospetto da parte degli investigatori è che anche questa volta fosse tutto in mano all’alta tecnologia e quindi al Gps che come tutte le macchine può pure sbagliare. Fidarsi ciecamente del progresso e poco dei dubbi dell’uomo ha una volta di più tradito, come cent’anni fa sul Titanic. Anche questa volta, come cantava De Gregori, la nave era “fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia”, ma anche oggi ha fallito ed è complicato dare la colpa a uno scoglio.

di Emiliano Liuzzi, David Marceddu, Antonio Massari e Diego Pretini

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