Il bavaglio che Bossi ha imposto a Maroni ha una sola motivazione: il Senatùr ha ceduto alle gelosie dei mediocri che nel partito hanno sempre visto la bravura dell’ex ministro dell’Interno non come un valore aggiunto per l’intero Carroccio ma come un limite alla loro aspirazione personale. E di mediocri la Lega si è mostrata piena. A cominciare proprio da Bossi che ha deluso gli elettori con pagliacciate abnormi come le sedi dei ministeri a Monza.

Lo dicono i maroniani, certo. Ma lo riconoscono ormai tutti i leghisti: Bossi non è più in grado di gestire il partito. E di fatto non lo gestisce più. Al suo posto decidono la moglie, Manuela Marrone, insieme al fantomatico Cerchio Magico (capitanato da Rosy Mauro e Marco Reguzzoni) che alcuni nel movimento vorrebbero denunciare di sequestro di persona.

La decisione di mettere il bavaglio a Maroni rende evidente come il Capo non sia più in grado di portare il Carroccio da nessuna parte oltre alla tavola imbandita di Silvio Berlusconi. Cacciare l’ex ministro dell’Interno equivale a uccidere ogni speranza di rinascita che i militanti avevano intravisto nel “barbaro sognante”. Ed è per questo che nelle prossime settimane esploderà una vera e propria guerra senza tregua: oltre il 90% degli amministratori locali presenti sul territorio è schierata al fianco di Maroni, l’intero movimento dei Giovani Padani è con lui, la maggior parte dei militanti invoca ormai da mesi “Bobo premier”. E’ stato evidente prima a Pontida poi a Venezia infine a Vicenza, in occasione della riapertura del parlamento del Nord.

In molti hanno creduto che Bossi avesse capito: nonostante tutte le drammatiche scelte compiute al fianco di Berlusconi la Lega poteva rinascere e recuperare la fiducia del suo popolo solo grazie a Roberto Maroni. Che del resto ha cofondato il partito, che per difendere la fede Padana è arrivato fino ad azzannare i poliziotti impegnati in un blitz nel fortino di via Bellerio. Quel Bobo sempre pronto a obbedire al Capo, certo che le sue decisioni fossero lungimiranti. Questa volta no. Il capo non c’è più. Non è più il Senatùr capace di selezionare i migliori e mandarli avanti, difendendoli e proteggendoli dalle gelosie dei mediocri.

Questa volta Maroni ha il dovere di non obbedire: glielo chiedono gli elettori e gli amministratori del Carroccio. Da lui dipende la salvezza della Lega. Il suo esercito lo ha nominato generale e lo aspetta per andare alla battaglia. Lui sembra aver accettato: domani sarà da Fabio Fazio a Che tempo che fa e mercoledì parteciperà a un convegno pubblico a Varese. Perché tanto se non va alla guerra muore lo stesso.

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