“Non finisce qui, ora sentiremo anche i magistrati”, così il prode Calderoli ha risposto al presidente Monti che lo aveva appena “asfaltato”, rispondendo in modo strepitoso alla sdegnata protesta della guardia padana in merito ai presunti e costosi festini organizzati da Monti a Palazzo Chigi. Del resto è anche comprensibile che la parola “festini” richiami anche nell’ex ministro stagioni di gloria remote, recenti, recentissime… Tutta l’Italia sta ridendo, ma noi vogliamo spezzare una lancia favore di quello che ci è sembrato più che altro un pentimento postumo, un tardivo atto di sdegno padano.

Mettetevi, se potete, nei suoi panni verdi, e pensate cosa ha dovuto ingoiare in questi anni, altro che zampone e lenticchie! Noi, in esclusiva per il Fatto, siamo in grado di pubblicare alcune delle dichiarazioni preparate da Calderoli e censurate dal suo dante causa di allora: il cavaliere di Arcore.

“Con quali soldi il cavaliere ha pagato la telefonata in questura per liberare Ruby, ha usato il suo telefono o quello di servizio? Si dimetta.”

“Chi ha messo Cosentino nel governo? La lega non perdona, Se ne vadano.”

“Chi ha proposto le leggi per liberare mafiosi e camorristi, chi voleva liberarne mille pur di liberare uno dal processo? Roma ladrona, si dimetta.”

“Chi era quel mentecatto che si spacciava per il presidente del Consiglio che baciava l’anello al dittatore libico? Perché i magistrati non lo hanno arrestato subito?”

Purtroppo queste dichiarazioni sono state bloccate dalla censura, altrimenti sarebbe stato chiaro a tutti che il Calderoli non guarda in faccia a nessuno, non fa sconti, incarna la rabbia padana e persino quella celtica.

Dal momento che ora si recherà dai giudici per interrogarli sullo zampone di Monti, gli racconti anche tutto quello che sa su queste vicende, anzi gli parli pure della sua legge elettorale, magari lo zampone e il suo porcellum sono figli dello stesso suino.

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