Con loro era diverso. Con loro – Luca e Paolo – erano Le Iene. Quelle vere, voraci, sgraziate carogne. Iene-iene. E no, non è solo un seccato sospiro nostalgico, il mio, né un mancato gusto per il cambio dei cavalli di razza fra le scuderie dei palinsesti televisivi; né si tratta di un commento sputasentenze, tanto inutile quanto postumo dopo l’annunciato forfait di Luca Argentero, che ha di recente calato il poker dell’“Io, alle Iene, mica torno”.

«Sette meno meno», si era dato Enrico Brignano nell’intervista doppia rilasciata a Tv Sorrisi e Canzoni, a fine settembre, pre debutto in prima serata, in risposta alla richiesta di un giudizio sulla propria “ienaggine”: «Nella vita sono poco iena, bisogna avere un’altra cattiveria, un altro tipo di cinismo»; e di pari passo si era mosso il collega, Argentero appunto, appena più cauto: «Diciamo che mi darei un sei. Non sono molto iena, però mi arrabbio se mi imbatto in qualcosa che non mi va a genio.»

Meno caustici, insomma, e riconoscibilmente meno efficaci di chi li ha preceduti. La loro è stata, del resto, sin da subito, una sufficienza sfilacciata, pericolosamente penzolante, dopo la sostituzione degli storici conduttori, Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, medagliati e spigolosi veterani della trasmissione in total black di Italia 1. E l’avvelenata critica televisiva, assieme ad un pubblico con l’occhio distratto, presumibilmente rivolto al passato, a quei Luca e Paolo che con Ilary Blasi componevano un trio stretto, mordace, ben assortito.

Non è bastato, dunque, alle due nuove leve Argentero e Brignano essere attori che piacciono, Pigmalioni che conciliano le masse; non è bastato che il loro non fosse un pubblico sparuto, una capricciosa platea da salotto, una nicchia sbadigliante di teleutenti pretenziosi e intrattabili; non è bastato il bel visino del primo, ex gieffino passato a calendarista passato ad attore, oggi coperto di ingaggi fra cinema e teatro, né l’umorismo popolano con picchi brillanti del secondo, un Testarossa romano della risata magnereccia, un compagnone dello sghignazzo borgataro, il figlol prodigo dell’Accademia di Proietti che oggi vanta numeri da sbanca-tutto (Sono romano ma non è colpa mia ha registrato il sold out per undici sere consecutive, lo scorso aprile, fra le 6 mila poltrone del Palalottomatica capitolino).

Perché, com’è noto, in tv tutto cambia: gli spazi scenici, i tempi comici, tassativi, la diretta col pubblico in sala – soprattutto in un format come quello de Le Iene, meticcio fra due “I” tanto complesse come l’Inchiesta e l’Intrattenimento; dove anche i purosangue del cinema e del teatro possono perdersi, zoppicando inespressivi.

“Un poliziotto infiltrato dev’essere come Marlon Brando”, tuonava il Mentore di Mr. Orange nell’omonimo e originario thriller, Le Iene: “Per fare questo lavoro devi essere un grande attore. Devi essere naturale, devi essere naturale come pochi. Devi essere un grande attore perché gli attori mediocri fanno una brutta fine in questo lavoro”. E se altrettanto non può ripetersi, non alla lettera, per la versione televisiva italiana, solo leggermente ispirata al grande classico di Tarantino, né il duo-spalla di conduttori uscenti è stato poi così male (cliccatissimi, su Facebook, sono i monologhi di Brignano anti Casta e Black block), l’esperienza della “strana coppia” nel programma di Parenti, tuttavia, più che al passo fermo di Don Vito Corleone, ha fatto pensare ad un crack su una buccia di banana.

E a noi, spettatori avidi di cinismo e carcame, nell’attesa del riavvio de Le Iene a gennaio, non resta che augurarci il ritorno di Bizzarri e Kessisoglu al timone di quella nave pirata tanto salda sotto il loro tocco. Che siano quei due – Luca e Paolo –, paghi e sprezzanti come sempre, a riallacciarne le corde. Assieme ai nodi dei cravattini.

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