Prove tecniche di grande coalizione. Pier Ferdinando Casini ha inaugurato Avanti Popolo – Il Pci nella storia d’Italia, mostra multimediale dall’8 al 23 ottobre in Sala Borsa a Bologna, basata sul patrimonio documentale della Fondazione Istituto Gramsci, della Fondazione Cespe e di numerosi altri archivi pubblici e privati. E sono stati solo sperticati elogi di quel partito nemico, ora in mostra come un dinosauro tra foto, documenti, filmati e gadget vintage da collezione.

“Io non ho di certo condiviso i valori del comunismo”. ha spiegato Casini mentre ha visitato la mostra assieme allo stato maggiore dell’attuale Pd emiliano-romagnolo, “ma riconosco che c’è stata una generazione di persone che si è sacrificata, che ha creduto e combattuto”. E come se non ce ne fosse abbastanza per i dirimpettai di schieramento: “Oggi la politica è diventata solo pragmatismo, priva di valori e ideali, è solo corsa per un posto. Francamente la stagione in cui c’era il Pci, sotto questo punto vista, era migliore”.

Anche se il senso di questi 70 anni del Pci racchiusi tra i pannelli multimediali di Avanti Popolo si può riassumere in quello che scrisse il politologo Giorgio Galli quando ancora D’Alema e Casini portavano le braghe corte: la distinzione tra alternativa e alternanza, che per Berlinguer era diventata una peregrina “conventio ad excludendum”. Il Pci, quindi, come probabile alternativa politica con percentuali elettorali attorno al 35% , ma mai partito accettato internazionalmente per una reale alternanza di governo. Molta Russia e troppa poca Italia. Falce e martello gialli su sfondo rosso che risollevarono il paese riportandolo nell’alveo democratico dopo la sbandata dittatoriale, ma che rimasero eterna illusione di governo nazionale.

Il partito di massa, popolare, che anelava palazzo Chigi, ma che si accontentava di parecchie amministrazioni regionali, provinciali e locali. Ed è poi finito a governare l’Italia quando la targa del Pci era ormai sepolta sotto i calcinacci del Muro di Berlino e il partito di Berlinguer e Togliatti era diventato il Pds-Ds-Pd di D’Alema e Veltroni, ruota di scorta dell’Ulivo di Prodi, ex Dc.

Eppure quella voglia di scalzare il partito dei clericali, quelli più a destra, gli andreottiani e dorotei cossighiani, è un magone mandato giù per settanta lunghi anni. Sempre che non si vuol credere che l’intermezzo tra il ’45 e il ’48 si tratti di vero governo del paese, invece di una naturale attesa post guerra delle prime elezioni libere dopo il fascismo.

Per questo la mostra Avanti Popolo in Sala Borsa aiuta molto. Dopo essere stata a Roma, Genova e Milano, la mappa degli avvenimenti storici mondiali che si incrociano con quelli locali è una pedana da pestare, percorrere, oltrepassare con a sinistra dei rari, rarissimi, documenti d’archivio e a destra degli schermi multimediali carichi di filmati e foto che ci riportano alle origini del partito di Gramsci e Bordiga.

Dal Congresso di Livorno nel 1921 al Congresso di Rimini del 1991. Là una vittoria rivoluzionaria prossima, qua le lacrime del segretario Occhetto che fa a brandelli il mito e abbraccia il rinnovamento “progressista”.

Ecco allora sbucare tra le teche di Avanti Popolo le prove di questo continuo tira e molla tra il Pci e lo schieramento d’onore delle forze partitiche abili a governare: gli opuscoletti tascabili contro la legge truffa del ’53, lettere di Gramsci autografate, i verbali di riunione del 14-15 novembre 1989 quando Occhetto si presentò alla Bolognina dicendo che era ora di sciogliere il partito, ma anche una toccante lettera di Dossetti a Togliatti poco prima che il Migliore morisse nel ‘64.

“Che tempi”, spiega Ugo Sposetti, il tesoriere Ds (ancora in attività) accompagnando i primi visitatori tra pannelli, schermi e fotoromanzi del popolo, “Qui ancora si rispettava l’avversario politico, c’era stima per il competitor”. Il popolo, infatti, osserva interessato, avido di storia. Quella storia che per un ventenne nato con Berlusconi già al governo a smadonnare sui comunisti (sì, c’erano) non ha un vero e proprio “prima” con i comunisti a sfidare tutti quanti.

La Sala Borsa di Bologna con i suoi ampi spazi e ballatoi da riempire nelle fughe di massa da scuola è il luogo adatto se si vuole raccontare ai giovani l’avventura di uno dei più imponenti, ramificati, amati, rispettati partiti di massa del dopoguerra. Rigoroso ordine cronologico e stralci temporali che alla fine dei conti non si sa più se li ha ordinati qualche ingobbito funzionario di Botteghe Oscure di ritorno da Mosca o se è stata la storia, con la s maiuscola, a delinearne i confini: 1921-1943 (da ricordare la foto degli arditi che nel ’22 scacciarono i fascisti da Parma); dal ’43 al ’48, il periodo della Costituente e delle stigmate della democrazia; dal ’48 al ’56, epoca di raro grigiore e anonimato per il Pci; dal ’56 al ’68, ovvero il decennio delle eresie e degli eretici, delle purghe e delle fratture; dal ’68 al ’79 cioè dalla rivoluzione mai appoggiata al governo di solidarietà nazionale; dal ’79 al ’91 con l’eclissi dell’ideologia.

Tutto si può recuperare nel percorso multimediale che con 800mila euro di attrezzature tecnologiche vuole diventare mostra permanente in qualche museo d’Italia. Che sia la capitale o Livorno, Milano o Torino, magari il Sud Italia, perché l’Emilia Romagna non sembra più essere il maggior pregio del fu Pci. Esemplare la scelta a tal proposito di inserire i dieci pannelli più cuffia sul Pci in Emilia Romagna nel piano interrato, quello meno battuto, quello meno incrociato. Il modello emiliano in tempi di smantellamento dei servizi sociali sta dando evidenti segni di cedimento. E dal bureau centrale del partito se ne sono accorti, come sempre, prima di tutto il resto del mondo.

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