Operazione Bryant, affare Kobe, progetto KB 24. Già le definizioni fanno capire che di tratta di roba grossa, epocale. E in attesa che venga varata una Commissione d’inchiesta sul fenomeno, mi piacerebbe dire alcune cose su una vicenda che immagino terrà banco ancora a lungo, comunque si concluda.

Dico subito che, a differenza di quando questa vicenda è iniziata, ritengo che ci siano chance concrete di vedere Bryant a Bologna nel prossimo week-end. Dovendomi basare per professione su quello che riesco a mettere insieme tra voci, conferme, smentite, deduzioni, conoscenza del background e collegamenti, era difficile ritenere probabile l’arrivo di un 33enne reduce da un’operazione al ginocchio in una squadra italiana che lo contatta su Facebook e pubblicizza i minimi dettagli dell’offerta senza che dalla controparte arrivi segnale alcuno.

Ora dall’altra parte i segnali sono arrivati, in abbondanza, anche se non manifesti. E da qui, dichiarando la mia genuina sorpresa, bisogna partire. Cercando di spiegarsi perché una cosa oggettivamente improbabile, almeno guardando il contesto, diventi probabile. E rimarcando che essere arrivati fin qui è un’impresa straordinaria da parte di chi ha trattato.

Una prima spiegazione potrebbe essere quella “sentimentale”. Kobe in Italia ha passato un periodo che segna, quello della pre-adolescenza. Da noi ha amici e conoscenti, gradisce cibo e costumi, paesaggi e abitudini. Personalmente mi convince zero, ma non ho elementi per scartarla a priori e comunque potrebbe benissimo trattarsi di un movente “secondario”, come quello di ricevere comunque un congruo guiderdone.

Ma il nocciolo della questione non può che essere collegato alla serrata in corso negli Usa. Vicenda sulla quale siamo davvero a secco di informazioni credibili perché trattasi di wargame di altissimo livello. Giocato su un tavolo per giocatori di professione cui siedono solo Stern e i proprietari, i giocatori e i loro agenti (convitati di pietra). Noi siamo fuori, e riceviamo feed-back che sono interessati e inaffidabili, oltreché contrastanti tra di loro. Ma per il solo fatto che quella è una partita da (almeno) 800 milioni di dollari e questa da 3, non c’è dubbio su quale sia quella che viene prima nell’orientare le scelte di agenti e giocatori (occhio ai primi, in subbuglio).

Mi sembra di sentire i pochissimi che sono arrivati fino a qui chiedersi “Ok, bella filosofia. Ma tu sei a favore o contro?.

Ecco, io ritengo che porre la questione in simili termini sia sprovvisto di senso alcuno, anzi, sia un po’ da trinariciuti. Personalmente ricordo con emozione quando Chicco Fischetto, compagno di Joe a Reggio Emilia, ci disse che il nostro aveva chance di Nba. O la gara delle schiacciate di Cleveland, l’All Star Game di New York, l’incredibile supplementare di Indianapolis, gli 81, i buzzer beater, la caduta e la risalita, la convivenza col dito rotto (che ritengo una delle prime 5 imprese sportive all time).

Quindi, se chiedete a me quanto avrei piacere di vedere Kobe Bryant in un cinema vicino a casa la risposta è muchísimo. E, atteso che repetita iuvant, vi esimo dallo spiegarmi che le ricadute mediatico-pubblicitarie del suo arrivo sarebbero enormi, perché sono reduce dall’aver visto via del Corso impazzire per lui. E quando dico “impazzire” vi prego di credermi.

Quindi sì, il giocatore, l’uomo, il brand e il fenomeno pubblicitario sono fuori scala, di un altro pianeta, ci arrivo anche io. Ma spero sia ugualmente possibile porsi davanti a questa prospettiva in maniera laica, e non para-religiosa. Non sono né a favore né contro, elementarmente. E neppure mi porrei il problema di etichettare il tutto come un bene o un male per il “movimento” (le virgolette sono molto maliziose). E’ un’operazione di mercato fatta tra liberi uomini in libero Stato, di cui noi possiamo (e vogliamo) investigare circostanze, ricadute e sviluppi.

A patto che farlo non comporti l’automatica iscrizione al partito dei cattivi, perché altrimenti come le formiche nel mio piccolo mi inc… un po’. Perché non è peccato farsi delle domande e provare ad analizzare degli scenari. Anzi, è un dovere per chi commenta. Soprattutto quando l’operazione, per la sua onerosità, prende una piega particolare. Pretendendo in sostanza che vengano piegate a sé le esigenze di molti altri componenti la “Lega” (le virgolette sono ultra-maliziose).

Potrebbe anche valerne la pena in linea teorica, ci mancherebbe. Ma non a priori, bensì solo dopo una solida analisi e per libero convincimento. Non cioè sotto il ricatto morale che bolla gli oppositori come traditori della patria senza riguardo per il marketing e la modernità. Questo si chiama provincialismo e manicheismo, come minimo, e non voglio tirare in mezzo altre categorie più serie che pure avrebbero diritto di cittadinanza.

Trovo del tutto normale, e gradevole, che una società punti a prendere Bryant. Trovo straordinario che Sabatini sia ancora in gioco in questa partita che, come detto, mi pareva ingiocabile, chapeau. Sempre ricordandosi che per capire cosa stia succedendo dobbiamo soprattutto guardare al lock-out, e non nei termini del  “si accordano-non si accordano”, ultra-riduttivi rispetto alle enormi complessità della vicenda.

Ma poi arriva anche il momento in cui dobbiamo guardare al nostro interno, e decidere se è lecito fare pressione sulle altre squadre della nostra “Lega” perché si rimettano alla volontà della Virtus e facilitino il lieto fine della vicenda. E no, credo non sia lecito farlo.

E’ giustissimo ricordare e ricordarci che quello è Kobe, con tutto quel che ne consegue. E’ ancor più giusto collaborare con la Virtus nei limiti del buon senso. Non lo è invece far diventare bersaglio delle ire dei tifosi assetati di Kobe chi non si assoggetta alle condizioni richieste dalla Virtus. A meno che l’operazione non sia gestita in toto (rischi e benefici) dalla comunità in quanto tale attraverso i suoi rappresentanti. Se invece a farlo è una squadra, penso lo faccia nel proprio (legittimo !!!) interesse e quindi debba confrontarsi col mercato e accettarne gli insindacabili esiti.

Se, insomma, l’operazione la gestisse la Lega, mi aspetterei che organizzasse un Kobe-tour separato dal campionato, in cui l’aspetto agonistico è del tutto secondario. Non ci sarebbero vincoli di alcun tipo, né tecnici, né regolamentari né commerciali, con effetti benefici anche sulla massimizzazione dei profitti (niente posti già venduti in abbonamento, niente contratti con Tv e sponsor già in essere). E prima di venirmi a dire che la cosa perderebbe di appeal, guardatevi le foto di via del Corso, dove in migliaia lo hanno aspettato per ore solo per vederselo passare davanti. L’uomo cui affiderei questo progetto? Solo e soltanto Claudio Sabatini, ma col mandato espresso di tutti. Se invece, come è il caso, la forza di perseguire un obiettivo del genere l’ha avuta un singolo, massimo merito a lui.

Ma questo fattore e l’inserimento del Kobe-tour nel campionato italiano di serie A presenta problemi e questioni. Tanti problemi e tante questioni, di natura variegata assai. Prendiamo a simbolo quella del calendario, perché presenta aspetti di valenza generale. Da che mondo è mondo, un criterio indiscutibile della compilazione del calendario è che le prime due e le ultime due giornate di un girone debbano presentare un’alternanza tra gare casalinghe ed esterne per tutte le partecipanti. A volerlo sono esigenze di carattere tecnico e sportivo incontrovertibili, che non ritengo siano sovvertibili per alcun motivo, salvo quello lapalissiano che tutte le altre squadre della “Lega” acconsentano o che lo si faccia per un interesse collettivo superiore.

Ora, mi pare di capire che la prima condizione non sia occorsa e che non venga ravvisato nella seconda l’interesse della Virtus a garantirsi due incassi immediati (il primo presumo extra-abbonamenti) per finanziare la complessa operazione con un cash-flow iniziale importante. Se le due gare iniziali in casa sono il cosiddetto deal-breaker, cioè la condizione da cui dipende la chiusura del contratto, non bisogna vivere la faccenda come una guerra santa, con i buoni che vogliono regalarci l’occasione della vita e i vecchi cattivi miopi che non capiscono la portata del regalo.

Cercate di sforzarvi, tenete lontano per un attimo i flash del Mamba che entra nel vostro palazzetto e vi delizia, anche se capisco quanto sia difficile. Rimanete laici e lucidi, e capirete che ci sono motivi seri per rispondere picche nell’esercizio della libertà di impresa (come ce ne sono ovviamente per dare il semaforo verde allo sconquasso del calendario). Ma ridurre tutto solo a quei flash è assurdo e controproducente. E lo stesso vale per decidere a priori che le prime “X” avversarie della Virtus saranno squadre selezionate in base alla capienza del proprio impianto e non al meccanismo casuale generato dal computer. Ve la metto in termini Nba: ha molto senso mettere Kobe contro Shaq o Kobe contro Lebron a Natale su Abc quando son tutti in casa, ma non ne avrebbe far giocare 8 gare in 8 notti a una squadra (e non alle altre) per pur nobilissimi motivi commerciali.

Miope invece, e molto, è ragionare solo su un aspetto delle vicende e subordinare a questo tutto il resto. Metta Sabatini la sua straordinaria capacità di visionario al servizio dell’operazione Bryant, senza però esigere dagli altri la condivisione obbligata dei rischi e la rinuncia ad oggettivi criteri di regolarità del campionato. Ambedue le strade devono essere percorse per libera scelta, non sotto il giogo di una sommaria gogna mediatica.

E convinca magari tutti a fare più marketing strategico e meno marketing operativo, perché non c’è Kobe (che gli Dei del basket lo benedicano) in grado di riparare le paurose crepe strutturali della baracca, che si poggia su fondamenta debolissime. Una baracca che, ironia della sorte, spessissimo deride l’Nba per la sua ricerca di show-business bollandola con l’appellativo ironico di “circo”. Salvo imitarne gli aspetti più superficiali e meno importanti alla prima occasione in cui un evento esogeno e limitato nel tempo, il lock-out, gliene porge la possibilità.

Aspettando con trepidazione l’esordio di Kobe, continuo a ritenere che ragionare sia un diritto/dovere, anche a costo di sbagliare.

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