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Le morbide poltrone degli ineleggibili

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Giorgio Pozzi da Mariano Comense è un nordista “matto”: “Matto come un cavallo. Però fa ridere, è simpatico”. Parola di Nicole Minetti, che racconta al telefono a Silvio Berlusconi di essere stata a Villa D’Este proprio con Pozzi e una sua amica romena. (“Presentabile?”, chiede Silvio. “Fighissima”, risponde Nicole). Pozzi, ex assessore regionale ai Trasporti molto vicino al presidente della Lombardia Roberto Formigoni, oggi è consigliere regionale, eletto nelle liste del Pdl. Ineleggibile, secondo le regole. Ma nessuno lo schioda dalla sua poltrona. In passato il suo nome era più volte entrato – ma senza conseguenze – nelle cronache giudiziarie. Faceva parte della compagnia di assessori o ex assessori regionali impegnati in affari immobiliari con Massimo Ponzoni, poi fallito. Prima ancora, un appunto con su scritto “Pozzi” e accanto alcune cifre (“200 milioni”) era finito nelle carte di un’inchiesta sulle discariche di Paolo Berlusconi. Era anche stato indagato per la trasformazione di terreni agricoli nei pressi di Lacchiarella, a sud di Milano, in preziose aree dove impiantare l’Interporto.

Pozzi è uscito da ogni vicenda candido come un giglio e ha mantenuto, anzi aumentato, il suo buonumore. Tanto da fare campagna elettorale in compagnia di Lele Mora e delle sue ragazze, Sara Tommasi, Francesca Cipriani… Adesso però una sua compagna di partito, Paola Camillo, il buonumore glielo sta facendo perdere. Lo ha trascinato in tribunale, davanti al giudice civile, per obbligarlo a lasciare a lei (prima dei non eletti Pdl) la sua poltrona di consigliere regionale. Perché Pozzi è ineleggibile: in quanto presidente della società Nord Energia spa, controllata dalla Regione Lombardia. Adesso è sceso in campo anche quel gran guardiano delle regole elettorali che risponde al nome di Marco Cappato, leader radicale milanese: Pozzi se ne deve andare. È vero che ha presentato una lettera di dimissioni dalla Nord Energia, ma questa è datata 15 marzo 2010: troppo tardi, secondo le regole. Andavano presentate entro il 27 febbraio, giorno del deposito delle liste elettorali. Ma niente paura: quel “matto” di Giorgio a questo punto tira fuori un’altra lettera di dimissioni, datata 22 febbraio. Tutto a posto? No, perché Paola Camillo sospetta che la seconda lettera sia stata “costruita” a tavolino, fuori tempo massimo, con una data fasulla. Ma no, assicura Pozzi: è stata protocollata. Effettivamente il timbro del protocollo c’è, ma attenzione: è del 1° marzo. Troppo tardi.

Paola Camillo a questo punto già pregustava il morbido della poltrona di consigliere regionale, quando è avvenuto un nuovo colpo di scena: Pozzi porta in tribunale un testimone, il direttore generale di Nord Energia Pietro Merli. Questi giura: la (seconda) lettera Pozzi me l’ha consegnata a mano il 23 febbraio. Il giudice civile in primo grado sentenzia: come faccio a dire che Merli abbia detto il falso? E dà ragione a Pozzi, che torna a sprofondarsi sulla sua poltrona. Paola Camillo ricorre in appello: la parola del direttore generale non vale, perché non ha alcuna competenza in materia di dimissioni. Marco Cappato conclude: ancora una volta in Regione Lombardia le regole vengono fatte e disfatte su misura dei clan del potere.

Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2011

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