L’onorevole Fabrizio Cicchitto ieri ha aggredito più volte il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, colpevole di aver partecipato alla kermesse della Fiom e dunque di essersi schierato con una parte. In un Paese normale tutti, nessuno escluso, andrebbero orgogliosi di un magistrato come Antonio Ingroia e nessuno si sognerebbe di attaccarlo con tanta pericolosa violenza. In un Paese normale, certamente non in Italia, pur nel crepuscolo del berlusconismo.

Addirittura Cicchitto, in un parrossismo di isteria, è giunto ad accusare Ingroia di fare “scuola di partito” perché andrà a parlare di legalità ai giovani di Fli. È evidente che Cicchitto non abbia la minima concezione di cosa significhi essere cittadini in uno stato di diritto: un magistrato deve essere valutato per il suo lavoro e questo vale anche per il suo impegno nella diffusione della crescita della cultura della legalità di un popolo. La legalità non appartiene, o almeno non dovrebbe, appartenere a una sola parte politica ed è invece auspicabile, nonostante le doglianze di Cicchitto, che le scuole di partito e i partiti stessi selezionino il proprio personale all’insegna di una precondizione: l’onestà nel valore della legalità.

Ma pretendere tanto nell’Italia del Pdl è davvero ingenuo; per quanto mi riguarda, certo di pensarla come tanti milioni di italiani, esprimo tutta la mia solidarietà e stima al dottor Antonio Ingroia che, oltre a combattere la criminalità organizzata e il suo intreccio col mondo degli affari e della politica, non si rassegna a un modello culturale fondato sul Grande Fratello e sull’Isola dei famosi.

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