Tra gli studenti fuori sede a Bologna si sgomita per l’assegnazione di uno dei circa duemila posti – già esauriti – come rappresentante di lista, visto che per il momento in Italia il diritto di voto del cittadino in mobilità non viene tutelato. Su Facebook gli utenti dedicano il proprio status all’evento, spediscono inviti a raffica con data 12 e 13 giugno, sostituiscono la propria foto del profilo per imprimere nella mente di più persone possibile l’immagine del Sì. La tentata riesumazione della legge del 1956 secondo la quale a trenta giorni da un referendum non si può fare propaganda alla fine non ha intimidito nessuno.

Il dovere civico che nel maggio 1974 portava ad esprimersi ben l’88.1% degli aventi diritto al voto sembra si stia risvegliando. Anzi, non è (solo) dovere civico. E’ che per la prima volta dopo molto tempo si percepisce l’importanza del proprio voto.

Parlo per me. Personalmente non mi ero mai sentita così coinvolta, possibilmente complice di un primo passo verso qualcosa di meglio. Non avevo mai avvertito un fermento del genere. Io negli anni settanta non esistevo ancora. Non sono una giovane attivista politica. Sono una studentessa lavoratrice tra i tanti studenti lavoratori che in questi anni hanno respirato una crescente e globale disillusione.
Ma ultimamente, soprattutto dopo l’esito delle elezioni amministrative, ho cominciato a sentire che tracciare una croce sulla scheda e inserirla nell’urna è un gesto potente.

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