Ieri ero a Milano per lavoro. Non nascondo che quando – circa 10 giorni fa – ho dovuto fissare la data per la riunione, ho incrociato le dita che anche gli altri fossero disponibili per il 29 maggio 2011.  Scaramanticamente non ho detto niente, non ho nemmeno voluto pensare niente ma quando alle 14.50 i telefoni di tutti i presenti hanno cominciato a squillare e l’aria si era fatta elettrica e frizzantina, ho realizzato che stava succedendo davvero. Giuliano Pisapia era il nuovo sindaco della capitale del Nord. La chiamavamo “la grande pera”, scherzosamente, con i miei compagni di studi, quando vivevamo lì. Io e la mia amica e collega Giorgia alle 17.00 eravamo già in metropolitana. Direzione: Duomo.

Il sole picchiava forte  ma per molti sembrava urgente esserci. I mezzi scoppiavano di sorrisi. Un ragazzo mi ha chiesto una sigaretta: gliene ho offerte due. Sugli autobus i più giovani facevano sedere tutti i vecchietti senza nemmeno essere costretti e se non c’erano vecchietti sull’autobus, li recuperavano alle fermate pur di farli accomodare gentilmente al loro posto in vettura.

Piazza Duomo ha cominciato a riempirsi subito. Lella Costa sul palco e poi Bisio e poi Elio. Tutti a ringraziare la città, la gente di questa città che ha voluto – fortemente – cambiare.  Bambini in spalla, palloncini, magliette arancioni. Una folla festante e arancione ha riempito la piazza in pochi minuti.

“Bella ciao”  ha risuonato molte volte. Faceva un certo effetto, si impigliava sulle guglie del Duomo, sfidava il cielo azzurro di fine maggio. Quando è arrivato Giuliano Pisapia per un primo saluto alla città, la gente si è lasciata andare ad un entusiasmo incontenibile, fatto di applausi e risate e cori di incitamento.Lui ha parlato di ironia e gentilezza: in un modo pacato che è lo stesso che ha segnato il passo, che – dopo 18 anni – ha fatto cambiare il vento a Milano. E forse in Italia.

Alle 21, con la mia amica Silvia eravamo di nuovo pronte ad andare in Piazza Duomo. Ci hanno chiamato gli amici torinesi che – dopo il lavoro – stavano accorrendo dal Piemonte per festeggiare. In 5 stranieri ci siamo diretti insieme, in mezzo alla festa. A me veniva da piangere, dalla contentezza. Mi commuove sempre guardare le persone, le persone che riescono a gioire e sperare per il nostro paese, abituati come siamo al disincanto. Giovanna ha dato parole a questo sentimento: “Stasera non sembriamo in pochi, stasera è come se ci fosse una specie di giustizia che condanna la grettezza e fa trionfare la speranza. Durerà il tempo di un fuoco d’artificio, ma questo abbiamo, questo dobbiamo tenerci stretto“.

Abbiamo cominciato a scattare foto. Abbiamo ballato al ritmo di musiche che – altrimenti – ci avrebbero lasciato indifferenti. Abbiamo cantato, guardato, ascoltato. Eravamo molto allegri, nella nostra speciale veste di “turisti della democrazia”. Al tramonto ho sentito l’odore dei tigli, a Milano. Ho ascoltato il canto degli uccellini, a Milano.

Mi sembrava tutto così diverso. Da bolognese forse non posso capire bene. Da bolognese posso solo osservare una parte della città che si sente rinascere, rifiorire. Un mio amico, con cui ho preso un caffè stamattina, 37 anni come me, mi ha detto: “Sai che è la prima volta che un candidato che ho votato vince?“.

Fa uno strano effetto.

Speriamo che questo senso di orgoglio, questa voglia di cambiamento e la percezione di qualcosa di grande che è successo non si perda. Speriamo che contagi l’Italia intera. Io devo ammettere che mi sono divertita. Bello fare la turista della democrazia.  Perché guardare a Milano con gli occhi di una bolognese, guardare ai milanesi ieri, ti fa rendere conto che “La libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione“. Quella che ci hanno messo i nostri cugini d’oltrePo e che ci dobbiamo mettere tutti, quella che non deve limitarsi allo spazio delle urne, quella che si sente stretta dentro alla cabina elettorale.

Un grazie ai milanesi che, come scrive Gramellini su “La Stampa“, si sono finalmente emancipati dagli anni Ottanta.

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