Se il politico romagnolo più conosciuto è Vasco Errani, forse l’imprenditore più influente è il ragioniere-milionario Ettore Sansavini, fondatore di GVM-Gruppo Villa Maria. Sconosciuto ai più, rispettato e riverito dai potenti, va d’accordo con tutti: comunisti, repubblicani, ciellini. E persino con la Libia. Intoccabile e suscettibile (chi osa fare domande sgradite si becca una denuncia), ha amici e dipendenti anche a Bologna: per esempio Maurizio Cevenini…

Pochi lo sanno: il leader indiscusso della sanità privata italiana è un ragioniere di Lugo di Romagna, classe 1944. Quasi tutti lo rispettano, quasi nessuno ne parla. Meno noto, nel bene e nel male, di don Verzè, di Angelucci o di altri imprenditori del settore, raramente i giornalisti si occupano di lui. Pochi ricordano, vagamente, il suo volto: l’ultima volta che le telecamere lo hanno portato nelle nostre case era il 6 dicembre 2009, puntata di Report sui guai della sanità privata in Italia. Il giornalista che lo intervistò è Alberto Nerazzini, che di recente ha scosso le coscienze dei bolognesi con l’inchiesta su Bologna, “città dei rancori”. Una settimana fa il suo nome è ricomparso nelle pagine interne del Corriere della Sera in un articolo di Gian Antonio Stella.

Il fatto che il primo gruppo sanitario (privato) italiano abbia il suo quartier generale in Emilia-Romagna è di per sé una notizia. Gruppo Villa Maria: questo il nome del colosso imprenditoriale con sede a Cotignola, in provincia di Ravenna. Una curiosità: Sansavini è il “datore di lavoro” del capolista Pd Maurizio Cevenini: anche “Villalba” – clinica privata sui colli bolognesi dove il “Cev” si fece ricoverare in seguito all’ischemia che lo costrinse a rinunciare al ruolo di candidato sindaco – fa parte della galassia GVM. Inaugurata nel 1965 e rilevata da GVM nel 1997, Villalba è stato il trampolino di lancio di Cevenini. Assunto nel 1976 in qualità di impiegato, centralinista ne diviene prima responsabile del personale e, dal 1982 al 2006, Amministratore delegato; attualmente cura le relazioni esterne.

Nel 1991 diventa presidente dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP) di Bologna, vice presidente regionale e segretario del Consiglio nazionale. Carica ricoperta fino al 2007. Alla faccia di chi rimprovera al Cev di occuparsi solo di calcio e matrimoni…

Pur non avendo mai gradito la curiosità di giornalisti e cittadini, Ettore Sansavini non ha problemi a raccontare in pubblico le origini del suo successo. Lo scorso 28 marzo, per esempio, lo ha fatto davanti ad oltre 150 persone, riunite nella sala convegni del Maria Cecilia Hospital per ascoltare la “conversazione imprenditoriale” tra lui e Bernhard Scholz, presidente nazionale della Compagnia delle Opere, braccio imprenditoriale di Comunione e Liberazione.

Da Lugo di Romagna alla Libia, l’autobiografia del self-made-man Sansavini sembra la sceneggiatura di un film, talmente avvincente da meritare un’attenta ed integrale lettura: «Io ed i miei fratelli restammo orfani molto presto di nostro padre ed ognuno di noi fu chiamato a crescere in fretta. Mi diplomai come analista chimico ed iniziai subito a lavorare, prima in un’industria petrolchimica, poi in una cooperativa, quindi in una clinica privata forlivese, Villa Igea, come factotum. Mi diplomai ragioniere frequentando le scuole serali, iniziando intanto a comprendere che la sanità in Italia necessitava di nuovi modelli organizzativi e gestionali. Decisi nel 1973 di lasciare Villa Igea per un nuovo incarico, diventando il direttore amministrativo e generale di una clinica in fase di costruzione, Villa Maria di Cotignola, struttura a vocazione generica, di proprietà di diversi investitori. Ottenni subito la convenzione con le Mutue, riempiendo i 187 posti letto di Villa Maria. Ma appena l’anno dopo entrò in vigore il Servizio Sanitario Nazionale e Lugo divenne distretto deputato alla sua sperimentazione. Ci trovammo all’improvviso in piena difficoltà. Dai suoi 187 pazienti convenzionati, passammo a 10 ricoverati paganti. Villa Maria fu ribattezzata “Villa Moria”, perché c’erano soltanto alcuni pazienti anziani nella parte terminale della loro vita. Fu allora che, da piccolo azionista della clinica, avendo investito tutta la mia liquidazione del lavoro precedente, circa tre milioni di lire, decisi di ricorrere ai prestiti delle banche ed iniziai quell’opera che ancora oggi costruisco giorno dopo giorno. Iniziai ad investire nell’Alta Specialità, soprattutto nella cardiochirurgia, a quei tempi ancora poco presente. Contemporaneamente, puntai verso accordi con alcuni Paesi extraeuropei per il ricovero e la cura di cittadini stranieri. Ricordo che per ottenere la convenzione con la Libia andai a Roma e rimasi “chiuso” dentro l’ambasciata libica per cinque giorni, fin quando l’ambasciatore finalmente si accorse di me e firmò l’accordo. Furono anche i pazienti libici a salvare Villa Maria».

Naturalmente, ascoltando questo racconto, viene da porsi la stessa domanda che Nerazzini gli fece nel 2009: “Dove li ha trovati i miliardi per diventare proprietario del gruppo?”. Risposta spiazzante, all’altezza del personaggio: “Credo che se lo sia chiesto anche la Finanza…”. Dal 2003 gestisce persino le Terme di Castrocaro. Il gruppo conta ormai una trentina di cliniche e centri-salute tra Italia, Francia, Romania, Polonia e Albania. Nonostante il cervello del gruppo resti tuttora a Lugo di Romagna, è la Puglia la regione italiana in cui Sansavini ha investito di più. Anche se attualmente pare che il governatore Nichi Vendola abbia preferito dare maggiore attenzione alla “concorrenza”, aprendo le porte al berlusconiano don Verzè.

Natale 2009. Dopo aver visto la citata puntata di Report, l’associazione “L’Occhio Verde” di Ravenna ebbe l’ardire di porsi (e di porre) qualche domanda. Non a Sansavini, bensì alla Regione Emilia-Romagna, «in quanto il Gruppo Villa Maria ha sede proprio a Ravenna e quali cittadini di questa Regione ci sentiamo particolarmente chiamati in causa dall’utilizzo del denaro pubblico che a tale imprenditore incassa tramite i rimborsi (…) Chiediamo, quindi, di far luce sulle convenzioni in essere e di volerci dare precise risposte, fornendoci accurata garanzia che la convenzione con il Gruppo Villa Maria sia gestita nella più totale trasparenza e aderenza alle vigenti leggi antimafia (regolare certificato e verifiche sui subappalti) e che in tale rapporto non si intravede alcun tipo di reato». Domandare è lecito, rispondere è cortesia. E infatti la Regione rispose. In burocratese, come ricorda Stella, ma rispose: «nelle more del procedimento per l’accreditamento definitivo siano da considerarsi accreditate “le strutture private che risultino provvisoriamente accreditate”» e che «dopo numerose proroghe» è stata fissata una data di scadenza per la definizione di tutto al 31 dicembre 2010. Ad una prima lettura, quella della Regione suona come una imbarazzata (e imbarazzante) confessione: dopo quasi vent’anni di provvisorietà, «tutte le strutture di cui alla legge 724/94 hanno presentato domanda di accreditamento e sono state sottoposte a visita di verifica con la finalità di accertare la sussistenza delle caratteristiche organizzative e qualitative richieste per l’accreditamento». La calma è la virtù dei forti… In altre parole, finché le cose stano così, il certificato antimafia non sarebbe obbligatorio (sic!). Perché nessuno, dal 1993 al 2010, si era posto il problema?

Sansavini, invece, rispose a modo suo: la presidente dell’associazione, Samantha Comizzoli (candidata sindaco della lista civica “Ravenna Punto a Capo” alle ultime elezioni), venne denunciata per il solo fatto di aver chiesto ale istituzioni locali, nero su bianco, un atto di trasparenza. Della incredibile denuncia che ne seguì se ne occupò per primo il periodico on line “Domani”, con un articolo pubblicato nel febbraio 2010.

Comizzoli, in attesa della prossima udienza, commenta così gli sviluppi della vicenda surreale in cui si è trovata coinvolta: «Alla luce dei fatti comprendo la denuncia di diffamazione, crediamo d’aver toccato involontariamente un nervo scoperto, vista la mancanza del certificato antimafia al momento della nostra richiesta. L’udienza che mi vede imputata per diffamazione è già stata rinviata due volte, una prima volta per permettere all’accusa di mettere agli atti un nostro articolo ove si annunciava la mia paresi parziale a causa di stress provocatomi dalla denuncia, e che in caso di archiviazione per infondatezza, avremmo richiesto i danni. La seconda volta per assenza dell’avvocato Panzano, difensore di Sansavini. Rimandata al 27 giugno ore 13,00, forse si continuerà con la tecnica dello sfinimento. Nel frattempo l’avvocato Panzano ha fatto sapere ai miei avvocati che Sansavini sarebbe pronto a ritirare la denuncia nel caso io scrivessi un’ammissione di colpa e porgessi le scuse. Se la nostra colpa è aver richiesto un atto pubblico di enorme importanza, quale è il certificato antimafia in caso di erogazione di soldi pubblici, mi dichiaro colpevole e sono pronta a reiterare il reato…».

In realtà il vizio di denunciare chi mette il naso nelle cose sue ha origini lontane. Michele Vullo oggi non abita più in Sicilia. Negli anni ’90, da sindacalista Cgil, si beccò ben quattro denunce da Sansavini. Nel 2001, intervistato dalla Voce della Campania, sintetizzava così i filoni d’indagine all’origine delle denunce: «Il primo ha riguardato vari aspetti della cardiochirurgia, sotto il profilo di presunte speculazioni ai danni dei pazienti, liste d’attesa interminabili, dirottamenti da strutture pubbliche verso private eccetera. Ha visto sul banco degli imputati, tra il ’97 e il ’98, una ventina di persone, nomi anche altisonanti, ad esempio il cardiochirurgo di Catania Mauro Abate, nominato come perito di parte da Licio Gelli in alcune vicende. Il primo grado si è concluso con tre condanne, tra cui lo stesso Abate. Sansavini è stato assolto. L’appello, poi, ha visto assolti anche quei tre». Allora come oggi, le querele che investirono il sindacalista furono originate da pubbliche richieste di chiarimenti: «Una da un documento sindacale, nel quale si parlava della “famigerata” Villa Maria. Tutte le altre da una conferenza stampa di gennaio ’97, nel corso della quale si denunciava il sistema affaristico-mafioso-massonico della sanità in Sicilia».

In effetti i rapporti tra Sansavini e la Sicilia sono sempre stati abbastanza complicati. Era il 1992 quando scoppiò il caso di Villa Maria Eleonora di Palermo. Il “mago del bisturi” Gaetano Azzolina venne arrestato per una tangente da 8 miliardi di lire. Brutta storia dai contorni mafiosi, in cui spuntarono i nomi dei frateli Sciortino di Bagheria. La patata bollente finì tra le mani della manager della clinica del gruppo, Maria Luisa Garofalo, che ebbe il coraggio di denunciare il tentativo di estorsione. Mentre Sansavini se ne lavò le mani: «Io non ho mai denunciato né Azzolina né i fratelli Sciortino. Non sono mai stato sentito dai giudici. Non entro nel merito della vicenda». Già. Eppure gli inquirenti sapevano che anche lui, in realtà, era a conoscenza dei tentativi di estorsione: per captare i colloqui tra Azzolina, Salvatore e Gioacchino Sciortino, la Garofalo e Sansavini, i poliziotti avevano installato quattro microspie nella sala mensa, nella sala riunioni e negli studi privati della clinica Villa Maria Eleonora.

Comunque il ragioniere romagnolo uscì completamente pulito da quella vicenda. Un’altra domanda, però, sorge spontanea, a prescindere dalle vicende giudiziarie. Ed è la stessa che si è posto Stella sul Corriere: “ C’è poi da meravigliarsi se in certe falle burocratiche si possono infiltrare capitali oscuri”? Sarà interessante seguire l’udienza del prossimo 27 giugno a Ravenna, quando una semplice cittadina – ed ex candidata sindaco – dovrà difendersi dall’accusa di diffamazione del ragioniere più potente della Romagna (e non solo). Tanto per capire se, da un lato, è ancora permesso ai cittadini fare domande e, dall’altro, se almeno in Emilia-Romagna la trasparenza è ancora un dovere per chi guida le istituzioni. Nel frattempo, per quanto riguarda il ragioniere denunciante, non ci resta che attendere gli sviluppi di questa strana vicenda.

Una cosa è certa: come ha affermato il capo della Compagnia delle Opere, “il fattore che da sempre contraddistingue Sansavini è la chiarezza dello scopo: sa cosa vuole e persegue quell’obiettivo con persistenza”. Non è l’unico, in questa Italia. Ma anche in questa Regione.

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