Gli effetti economici delle crisi che da un paio di mesi sconvolgono il nordafrica e il medioriente cominciano ad allungare le loro ombre anche oltreoceano. In apertura di settimana il petrolio Brent ha ricominciato a correre, principalmente per via della guerra civile in Libia, toccando 118 dollari a Londra, mentre a New York il Wti si aggira intorno ai 106 e il greggio dei paesi Opec ha chiuso la settimana appena trascorsa raggiungendo i massimi dal luglio 2008. E ora il timore è che a risentirne possa essere addirittura il fragile mercato immobiliare americano.

Ad avanzare questa ipotesi è un analista di Barclays Capital, Luca Ricci, capo della divisione ricerca internazionale della banca britannica. La ragione principale, spiega l’esperto in un report ripreso da vari media americani, è che questo è già successo in passato. “Secondo il nostro punto di vista – spiega Ricci – il picco dei prezzi del petrolio nel 2008 ha contribuito significativamente alla recessione e alla crisi finanziaria negli Stati Uniti, poi allargatasi al resto del mondo. Allora, spingendo l’inflazione, ridusse le entrate disponibili e quindi il potere d’acquisto del proprietario medio, portando a una contrazione della spesa dei consumatori e a una minore capacità di pagare i mutui”.

Secondo l’istituto d’investimento l’effetto dell’aumento dei prezzi dell’oro nero sulla benzina e sulle bollette energetiche oggi rischia di provocare una contrazione nei consumi e, “visto che questi generalmente rappresentano una cifra intorno al 60% del Pil, l’impatto è potenzialmente vasto”. Parliamo di Stati Uniti naturalmente, ma più in generale di Paesi consumatori, perché per gli esportatori di petrolio il discorso è differente.

Ma quand’è che bisogna davvero cominciare a preoccuparsi? “Se il Wti resta intorno ai 100 dollari al barile – spiega il broker – l’effetto sulla crescita dei prezzi rispetto all’ultimo trimestre 2010 sarà dello 0,2% alla fine del 2011. Se toccherà invece i 125 o i 150 nel secondo trimestre, sarà doppio o triplo”. Ma potrebbe essere anche peggiore, “dal momento che i calcoli trascurano l’impatto sui consumi e sugli investimenti per via dell’alta incertezza che si creerebbe, così come le possibili ripercussioni sui mutui e sul mercato immobiliare, con effetti inflattivi dall1 al 3%”.

Nessun richiamo all’apocalisse finanziaria, ma negli Stati Uniti la preoccupazione che lo schema del 2008 possa in qualche modo ripetersi c’è eccome. E i segnali che arrivano proprio dal mercato immobiliare – uno dei pilastri del sogno a stelle e strisce – non sono incoraggianti. Le vendite di case sono in picchiata, i pignoramenti a livelli altissimi e anche le nuove costruzioni sono al palo. Per fare un esempio, le vendite di case esistenti nella California del Sud, a luglio, sono cadute del 22% rispetto all’anno precedente.

Per ora i maggiori produttori di petrolio non sono ancora stati scossi dal vento della rivolta. La Libia, che già sta destando preoccupazioni, è solo il 17esimo produttore al mondo con un output pari al 2% della produzione mondiale, nonostante la qualità del suo light crude sia eccellente. Ma è bastata l’incertezza che arriva da quella fetta di Nordafrica a far ipotizzare agli Stati Uniti un utilizzo delle riserve interne di greggio.

Se a essere colpito in maniera seria fosse qualche grosso produttore allora il discorso potrebbe cambiare. “In questo caso – continua Barclays – i picchi del 2008 non sarebbero impensabili. Le conseguenze economiche globali in termini di crescita e e inflazione potrebbero essere significative. Bisognerà pazientare, con gli occhi puntati a una data, l’11 marzo. Per quel giorno, l’opposizione, ancorché debolissima, dell’Arabia Saudita, ha chiamato i cittadini in piazza a manifestare per il suo personale “Giorno della Collera”.

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